«COME ANDO’ CHE DIVENTAI THE WALKER»

Questa follia è cominciata così, nel modo più innocente (è un classico), a pochi passi da casa. Scritturato all’istante da Paolo Vigevano, continuo nei giorni successivi, tre quarti d’ora al giorno per cinque e poi sei giorni alla settimana più un’ora di selezione domenicale.
Addirittura, in quelle prime settimane, coltivando un insano progetto statistico, mi attrezzo di bloc-notes e schedine. Tanti uomini, tante donne, età, professione… comincia una inchiesta sistematica sui mercati rionali, alle bancarelle e alle edicole dell’Ente Comunale di Consumo. Testaccio, Trastevere, S. Lorenzo, piazza Vittorio. Mercati grandi e piccoli dove trovo la «gente del popolo» curiosamente divisa, da una parte del banco i clienti, dall’altra i venditori. Questi in genere sono marito e moglie e i clienti ovviamente sono donne, casalinghe, oppure pensionate e pensionati, qualche raro impiegato transfuga dalla scrivania, preoccupato di non perdere tempo e anche un po’ di essere riconosciuto (era il tempo che Infelici filava). Poi scopro un’altra miniera: le fermate dell’autobus. In trasferta a Milano mi tolgo l’incredibile soddisfazione di annunciare a fine nastro «Qui Radio Radicale Milano, vi restituisco la linea», roba da professionisti. Chiedevo in giro innocente «Scusi, lei che ne pensa del Partito Radicale» – formula che scateno le ire, giustificate anche in un paese semi-analfabeta, di un purista della lingua che affermava che quel «ne» era un orribile pleonasma, necessario però a conferire una certa eufonia e familiarità all’espressione . Oppure «Che ne pensa della fame nel mondo», «dell’incarico a Fanfani» – risposta a Trastevere: «Fanfani? Mai sentito, è uno nuovo? Beh, se è uno nuovo speriamo bene» – «di Pannella». I primi insulti. A piazza Vittorio, preso in mezzo tra una venditricie di limoni suo centodieci chili e un macellaio con l’accetta in mano, sperimento che questa delle interviste può diventare una faccenda pericolosa. Una signora che abbia mosso un dito per difendermi! Eppure ho un aspetto da bravo ragazzo. A fine anno raccolgo tutti i miei appunti e le mie cassette e mi organizzo per una bella sintesi, di fine anno appunto. Fatti un po’ dui conti nel giro di un mese e mezzo ho intervistato qualcosa come mille soggetti, e già mi osservano con una certa curiosità, in Radio, soprattutto i tecnici, chi mi pare siano quelli che meno si capacitano di tanto orrore e sono i primi ad esprimermi la loro umana comprensione; forse anche perché i miei quarantacinque minuti sono per loro una gradita occasione di break. Ora, io mi sono sempre sentito molto disponibile nei confronti della gente. Ho sempre fatto volentieri i tavoli per la raccolta firme, e nel ’77 la nostra associazione era prima per numero di firme raccolte in tutta Roma. Non ho mai avuto dei sentimenti di rifiuto neanche in mezzo alle folle. Ma all’improvviso, decisi che della gente per strada ne avevo le scatole piene. Timidamente comincio a chiedere in radio se non c’è per caso qualche altra cosa che potrei fare. «Non bastano?».
Solo che la passione civile, nelle persone, è una cosa seria, ed è stato proprio questo a fregarmi. Per il 3 gennaio ’83 è convocato un seminario di Radio Radicale, e il 3 gennaio è un lunedì. Di lunedì esce «l’Espresso» e sull’«Espresso» di lunedì 3 gennaio ’83 Sergio Saviane, titolare della più celebre rubrica di radio e tv della stampa italiana, l’appuntamento al vetriolo del giornalista che da anni scortica «mezzibusti e Pippibaudi», Sergio Saviane che da anni è il vendicatore delle nostre angherie di teleutenti, scrive delle «mie» interviste. È una soddisfazione (e un onore) non da poco, me ne rendo conto. Anzi, so già quello che sta per succedere. Ricevo i complimenti di tuta la Radio.
È davvero un grande risultato. Non vorrai mollare proprio ora. Sento che la corda si stringe: mi hanno incastrato.