«...CONDOTTA SUL FILO DELL’IRONIA»
Siamo così, braccati, inseguiti dalla realtà che il Potere costruisce per noi.
Hanno provato e riprovato, e in buona parte ci sono riusciti. Hanno giocato la carta del terrorismo, al momento opportuno nella decade più densa di avvenimenti della storia italiana, e hanno avuto buon gioco, su una possibilità diversa ancora troppo tenera per riuscire identificabile. Il terrorismo: su questo hanno costruito la nuova retorica della «nuova resistenza», su questo hanno vissuto e prosperato, né più né meno come altrove il Potere fa utilizzando magari l’orgoglio nazionale, la bandiera, la prosperità del paese, il nome di Dio o quello di Lenin: tutta farina pura dal sacco del Potere. Oggi da noi la retorica del rincoglionimento e dell’oppressione ha questa parola d’ordine: il «nuovo», il «made in Italy», l’emergente, le nuove imprenditorialità , i nuovi managers, le nuove speranze che si aprono nel nostro paese ora che i giovani hanno capito che devono studiare seriamente e prepararsi ad affrontare la vita – e il servizio militare in Libano: il nuovo ruolo di pace nel Mediterraneo.
Davanti a tutto questo ben di Dio, non c’è da stupirsi che tanti abbiano avuto le traveggole: il continente inesplorato dei megatrend si apriva alla lottizzazione dei partiti. Ma in mezzo a tutto questo, tra la rivoluzione telematica e la serie statistiche, tra la sociologia dei sentimenti e la sempre maggiore comprensione delle dinamiche della finanza internazionale (sic) una cosa, immutata e immutabile, ha resistito, qui e altrove, ed è la corrente sotterranea e impetuosa della vita quotidiana. La vita quotidiana, i cui meccanismi sono gli stessi, o quasi gli stessi, per tutti, anche per i «Potenti», o più semplicemente, per i «Politici». Difatti: tanto hanno martellato col nuovo, ma qualcosa di veramente nuovo c’è nelle strutture del quotidiano della gente? Nella vita di tutti i giorni c’è la solita vita dei medesimi gruppi, della medesima società frammentata, eppure straordinariamente compatta, cementata di solidarietà di classe e di corporazione, di categoria e di campanile, generazionali o irrazionali. Le opinioni quelle sono e quelle rimangono. La vita pure.
Difatti, il Palazzo è specchio fedele. È un calderone politico ed esistenziale dove i rappresentanti del popolo diventato in fondo tanto più simili quanto più tempo passano a bagno insieme. Fanno e disfano, si arrabattano e si accoltellano (ogni tanto accoltellano anche qualcun altro, per allenamento o per altri motivi), oppure minacciano di non accompagnarsi più gli uni agli altri, neanche per il caffé alle buvette di Montecitorio (Lit. 150). Ma più che altro, questo è palese, tengono in grande considerazione sé e il proprio spirito di corpo, l’importanza unica che riveste la loro funzione. Se devono aumentarsi lo stipendio o i finanziamenti di Stato, sono sempre tutti d’accordo. Noi, d’altra parte, ci siamo abituati a pensare che la politica sua una questione di opinioni: anche i politici al fondo dei loro dialoghi, esercitano il medesimo tipo di ragionamenti. Sono opinioni: ognuno ha la sua idea. E noi ci siamo abituati, e in fondo siamo ben contenti di aver delegato ad altri la funzione di risolvere e affermare, come compito precipuo della vita, delle opinioni. Per i politici, invece, è una questione di tecniche: nessuno ha la bacchetta magica. E discutono sempre degli stessi problemi che non hanno mai vissuto, la casa, la sanità , la disoccupazione, e la soluzione è sempre una questione di tecnica, di «opinioni» non di idealità . Si capisce che i disoccupati, i senza casa, i malati, a pensarci bene, diano loro ragione: non hanno scelta. Vuoi andarci tu?, si interrogano. No, io no, oltretutto non me ne intendo.
Ho scoperto, appeso al muro del prefabbricato di un prete iscritto al Pci, a Muro Lucano, al centro degli intrecci mafiosi e omicidi del post-terremoto, un brano di democrazia greca, credo si trattasse di Tucidide: «I cittadini non consideravano gli impegni del governo estranei alle proprie cure e ai propri affari; attendevano con la stessa diligenza agli uni e agli altri, esercitando il giudizio morale su chi se ne disinteressava».
Trovo in un certo modo curioso di avere appreso questa cosa, così antica e importante, da un ‘ministro del culto’ appartenente alla ‘tribù atea e marxista’: è una splendida eccezione alla regola che vige nei suoi due popoli. Tenete duro – per quanto è possibile: - prima o poi qualcuno con la bacchetta magica salterà fuori. Siffatti modello va da queste parti sotto il nome di «democrazia consociativa»: il progetto nel quale tutti piano piano divengono responsabili dell’esercizio del potere, ma in quel modo per cui tutti sono responsabili, nessuno è responsabile. Qui da noi il Pci non è mai stato al potere: è per questo meno responsabile, oggi, dell’esercizio del potere? Difficile. A cominciare dall’articolo 7. (Della costituzione, ovviamente: il Concordato).
È sempre valido il metodo della doppia verità , il fine giustifica i mezzi (è una questiona di opinione). Che i comunisti siano degli esperti ce lo testimonia Ignazio Silone, ed è vero come le Crociate. Il fine giustifica i mezzi. Questa si che è una bella filosofia del vivere una vera e propria «struttura del quotidiano». È una dominante universale. Il fine giustifica i mezzi: pensate al progresso (o alla società senza classi, al regno dei cieli, alla gloria di Allah, oppure alla mera sopravvivenza). Ovviamente Machiavelli: ma anche Machiavelli, come tanta parte della storia, della filosofia, e della scienza politica, è stato riscritto da questo metodo, un vero metodo da Grande Fratello. Vogliamo insieme fare esercizio di retorica con un paragrafo sul destino del nostro Paese? Eccolo: «L’Italia uscita affamata dai disastri della guerra e del fascismo, con lo spirito rinnovato dalla lotta contro l’invasione nazista, dalla resistenza, lotta di popolo per la nuova unità , si lancia frenetica all’assalto del Pianeta Benessere».
Per piantarci una timida bandierina ci ha messo venti anni. Nel frattempo ha ingollato la Nato con tutte le sue centinaia di testate atomiche, lo scandalo delle banane con tutte le banane, e qualche centinaio di migliaia di quattroruote, presto diventate qualche milione. Ma lo sviluppo era necessario, inevitabile, auspicabile. Via dalle campagne, viva l’industria, le autostrade, la televisione. Quando ho letto su un testo di diritto costituzionale che in genere, gli esponenti dei partiti comunisti non vedono di malocchio i fenomeni di industrializzazione, perché questo significa per loro pescare in un elettorato maggiore, alimentato dai contadini che, finché rimangono contadini, sono piuttosto portati a votare per la destra, all’inizio non ho voluto crederci, non volevo arrendermi. Poi mi è venuta in mente Gioia Tauro, tanto per citarne una. Ma vi interessa? Un momento solo, ho quasi finito.
Avevano bisogno di larghe alleanze e le ebbero. Tutti insieme, senza che cambiassero in niente le loro stesse vite, sono andati alle Politiche, le Regionali, le Provinciali, le Comunali e le Circoscrizionali, i Consigli di Quartiere, di classe e di Istituto. Tutti insieme a votare per i referendum, senza accorgersi di quanto imbecilli fossero le ragioni di chi li aveva convinti a votare contro: è troppo difficile, non siete capaci, non si fanno le scelte importanti così, bisogna discutere, la gente si sbaglia, tutti insieme per esercitare l’opzione un po’ sadica di condannare all’ergastolo – per dire, - di fare il tiro al diverso. Nell’81 al seggio elettorale, una graziosa signora della borghesia intelligente mi diede un anticipo di interviste per strada: ci fanno votare, ci fanno votare, ma non cambi mai niente. Signora, dipende da come lei ha votato. Ella ci pensò un po’ su, e poi infilò i suoi cinque «non cambia mai niente» nell’urna. E così, che io mi ricordi, è sempre stato.
Quando facevo il discolo al liceo, ero uno dei pochi che non andava a votare i D.D. Più sconvolti che irritati, genitori, professori, rappresentanti di lista studenti mi guardavano con sospetto come se fossi andato a scuola nudo sotto l’impermeabile. (Votare è un dovere NOTA DEL COPISTA: ma anche no). Osservava qualcuno in un impeto di comica saggezza: Sono come i ladri di Pisa – o di Livorno -, rubano insieme la notte e litigano di giorno. Il mugugno è inevitabile, inerte, profondo. Sono tutti uguali, sono tutti uguali, sono tutti uguali. Vogliamo ripassare il rosario un attimo assieme? (NOTA DEL COPISTA: no.) «Il pesce puzza dalla testa». Cioè: «è tutta colpa di chi comanda. Noi sudditi non siamo responsabili». «Io non mi interesso di politica, non ci capisco niente, e poi tanto sono tutti uguali, in Italia non è mai cambiato niente e non cambierà mai niente…».
«A me non mi dà niente a nessuno, se non lavoro non mangio. I politici, quando arrivano lì sopra, sono buoni solo a rubare, vorrei vedere Pannella, se sarebbe al potere, se non ruberebbe anche lui» (espropriati anche del congiuntivo). «Promettono, promettono, ma bisogna vedere se poi daranno quello che dicono» - e se dicono quello che davvero fanno, aggiungiamo noi… (NOTA DEL COPISTA: come Berlusconi e l’ICI… ma questa frase l’ho già sentita da Walter…) «No io non ho fiducia più di nessuno! Se vado a votare? Votare è un dovere! Io sono sempre andato a votare, certo, ma il voto è segreto, ognuno ha la sua idea, non gliela vengo mica a dire a lei». «I radicali, sì, quelli dello sciopero della fame, sono sempre grassi però, come mai?» (Perché i telegiornali di Pannella hanno sempre mostrato una sola foto, di un Pannella ben pasciuto prima di un digiuno che sarebbe durato 90 giorni, tra settembre e dicembre 1980. Pannella scheletrico non ha diritto di cittadinanza sugli schermi). «I radicali? Quei delinquenti, hanno fatto scappare Negri, adesso Tortora… La carcerazione preventiva è troppo lunga? Sì va bene, ma quello è un altro discorso» (NOTA DEL COPISTA: ipocrisia in abbondanza. Perché non l’hai venduta all’ingrosso? Ci avresti potuto fare dei soldini)
Oppure se sono comunisti: «I radicali sono anticomunisti, attaccano sempre il Pci, appoggiano il governo Craxi, vanno a braccetto con Almirante, credono di avere la verità in tasca, e poi, con questa fame nel mondo, non vedete quanti occupati ci stanno? Fatevelo insegnare dai missionari, come si combatte la fame nel mondo!». Ad una sola domanda, tutta questa gente non riesce a rispondere: perché, quando, quando è cominciato tutto questo, possibile che non ce ne siamo accorti?
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