«FAME NEL MONDO? C’È TANTA FAME QUI IN ITALIA»
Il quadro delle interviste per strada ha scomposto e scandalizzato più d’uno. Al punto che, lì per lì, c’è chi ha preferito buttare la croce addosso al cronista, più che arrendersi ad una tristissima evidenza. «Ma te li vai a cercare», cioè tutti i peggiori, tutti i più ignoranti, tutti i più antiradicali – in effetti per lungo tempo mi sono limitato a intervistare quelli con il cartellino rosso sulla fronte, ma questa è un’altra storia… La violenza con qui spesso sono ripagato del mio interessamento ha qualcosa di stupefacente. Ma per tanto accanimento c’è una spiegazione molto semplice, a dispetto del nome molto difficile con cui qualcuno – non chiedetemi chi – ha voluto definirla, e risiede nel mio essere «apotropaico» oltretutto alla rovescia. Ovvero… Come radicale intanto, appartengo ad una piccolissima minoranza di persone, che pure, agli occhi di buona parte della restante umanità , è responsabile di dolorose piaghe quali il divorzio, l’aborto, il topless, il disamore per la patria, la droga, l’omosessualità e forse anche la fillossera. Con un registratore in mano poi, denuncio l’appartenenza ad una categoria privilegiata e prestigiosa com’è quella dei giornalisti, altrettanto amati che i politici o gli agenti delle tasse. E in più ho la gran faccia tosta di intrudermi in territori dove nessuno si aspetterebbe di vedere arrivare politici e rappresentanti di partito se non accompagnati da una scorta armata, e dove i giornalisti non mettono il naso se non appunto al seguito dei rappresentanti della prima categoria. E in tutti questo, mostro il faccino ingenuo e il bel coraggio di stupirmi: «Ma davvero non vi interessate di politica?». («Noi s’enteressamo solo d’a Roma»). Ero l’interpretazione vivente di «Tutto quello che vorreste dire a un onorevole, ma non vi è mai capitato di vedere onorevoli da queste parti». In pratica, è un miracolo che ne sia uscito vivo. Ma quando ho capito questo meccanismo, ho cercato di stimolarlo. Non mi importava che quelle grida, gli insulti, la disperazione si calamitassero su di me, anzi, avrei voluto mandare in onda un programma di «botti», di grida, sibili e boati da mandare in libera uscita i timpani di tutta la classe politica italiana. E la cosa in fondo è servita. Grazie, credo, a quelle prima interviste abbiamo scoperto i pensionati del minimo sociale, grazie al dolore e alla rabbia di tanti ‘poveri vecchi’, cioè di tanti vecchi poveri, costretti a campare, ovvero a morire di 180.000 lire al mese. Tanta gente, tanta gente povera. «Basta con la fame nel mondo, occupiamoci della fame qui in Italia». Eppure, mentre Radio Radicale trasmetteva questa cantilena dolorosa, un sondaggio demoscopico ci diceva che, al contrario, gli italiano non rifiutavano di occuparsi del problema, anzi molti pensavano che fosse giusto fare molto di più. Chi aveva ragione? Il fatto è che, in questo paese, sono passati tempi duri per chi ha fame, per chi è povero. Sei povero? Come ti permetti? Non vedi che c’è il made in Italy? Non hai rispetto del sommerso? Via, via, che mi offuschi «la ripresa». Così, per tutti quelli di «C’è tanta fame qui in Italia», l’antagonismo con il Terzo Mondo è né più né meno che un modo di rivendicare la propria esistenza e la propria condizione. In tanti anni poi che della fame è stata soprattutto la Chiesa, ad occuparsene, il problema della «fame nel mondo» chi è povero ha sempre visto come il problema di coscienza del ricco, che dando l’obolo per la missione in India o nel Gabon ritiene di essere un po’ meno ricco e un po’ meno pingue, quel tanto che basta per passare attraverso la cruna famosa. «Alla fame nel mondo ci pensino i ricchi – e magari si intende: i paesi ricchi, la Russia, l’America – che a noi poveri, chi ci pensa?». È questa l’assurda guerra dei poveri. Se non saranno i poveri, a fare i ricchi un po’ meno ricci, saranno forse i ricchi a fare i poveri un po’ meno poveri? Non è per caso che tante volte mi sono sentito dire «tanto non stai registrando, questo non lo farai sentire, non ti conviene, sono sicuro che appena giri l’angolo lo cancelli». Mi presentavo come radicale che fa tanto rima con industriale; era «un giornalista»: potevo mai essere dalla loro parte?
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