«UN'ANALISI LUNGA E NOIOSA...»

Se a Radio Radicale le ‘interviste per strada’ hanno finito per diventare uno dei piatti forti, lo stesso non è successo altrove.
In questo periodo, infatti altre reti hanno scoperto l’intervista per strada come forma dell’inchiesta giornalistica, e questo ha dato vita ad episodi sconcertanti. Ad esempio, la Rai una bella domenica del gennaio 1983 presenta durante il Tg un servizio di «interviste per strada» in occasione del ‘giro di boa’ del campionato di calcio. Le interviste, da Milano, da Torino e da Napoli (si giocava infatti Juve-Napoli e Milan-Inter) davano come risposta più comune – a parte qualche tifosa eccezione - «non mi interesso di calcio».

Fu un test isolato, ovviamente, ma bastò a dare l’impressione di un paese di giocatori di bridge e appassionati di croquet, anziché di idolatri del pallone. Po ci sono state le interviste per strada nella cornice spettacolare di ‘Fascination’ e, eziando, del ‘Beauty Center Show’. Non potevano mancare nelle trasmissioni elettorali, e Canale 5 permetteva a qualche cittadino bloccato in Galleria di fare la sua domanda al politico di turno. Retequattro addirittura porta la sua troupe al Pantheon per dimostrare che «Europa parla». Ma l’occasione fa la tv ladra: troppa malizia, troppa intenzione, e la telecamera ci mostra subito gli intervistati come soggetti di ‘proprio genere’, esemplari nei quali non ci si può riconoscere. Ascoltate invece le interviste per strada di Radio Radicale: la gente, quella con due g (e anche tre). Il simile, il collega di lavoro e il compagno di università col quale si litiga, che non vuol capire, che è disposto a tutto meno che darti ragione. Ascoltate anche il tono di voce delle mie prime prove, un po’ bleso e un po’ nasale, e la sequela di osservazioni idiote e dottrinarie che propinavo, soprattutto agli inizi, ai più disinformati. Il tono surrettizio delle domande, il metodo spudoratamente maieutico, l’atteggiamento ora vagamente isterico ora villanamente saccente. La battuta piazzata a tradimento, dopo la fine dell’intervista: i continui «scusi, buonasera, buongiorno, buonasera senta, è per Radio Radicale» di quando ho cominciato a lavorare sempre col microfono aperto. A parer mio è terribile.

Sapere che nell’archivio di Radio Radicale ci sono quelle cassette soddisfa un poco il mio senso del comico, ma se penso che qualcuno potrebbe riascoltare oggi certe cose, mi vengono i brividi. (È ben per questo che mi dedico a questa impresa). Ma è anche per questo, spero, che le interviste piacciono. Io ancora mi vergogno un po’, se qualcuno le ascolta in mia presenza, e inevitabilmente vi giudica. Le ho viste e mi sento idiota. Ricordo le espressioni, gli odori e i colori, e quando avrei potuto fare più bella figura, ed è un supplizio non male. Però divertono. Fanno spettacolo qualche volta, più difficilmente hanno il sapore della macchietta. Se devo diventare poetico mi danno l’impressione di un affresco reale, che si dipana giorno per giorno e partecipa dei cambi di umore, il mio personale e quello di chi risponde, dei fatti politici quanto quelli del cielo: oppure, della barba non fatta. Si discute, si parla, si chiacchiera: vengono fuori, alla fine, «le opinioni». (Niente di peggio delle opinioni. Dovremmo tutti andare a indagare sulle opinioni, da dove vengono e dove vanno a parare, dovremmo sempre chiederci «a chi giova?»).

E invece no: le opinioni sono opinioni. Quelle degli italiani poi, sono ferree. Le persone che intervisto hanno tutte, in fondo, le proprie idee. Ognuno ha la sua idea; è una questione di opinioni. Vuoi mica farmi cambiare opinione, non vogliamo fare politica no? Perché dobbiamo sforzarci di cambiare le nostre opinioni, io la tua e tu la mia? Una opinione vale l’altra… (A Cagliari, seduti ad un tavolino del bar, ho intervistato cinque ragazzi, e l’indomani votavano: Pci, Dc, sardista, socialista e c’era pure quello che preferiva non dire che votava scheda bianca).

Ma le idee, eh, a quelle ci teniamo tutti in modo particolare, anche se in fondo, non corrispondono affatto alla realtà, anzi; soprattutto se la realtà è tutt’altra cosa da quella che si vorrebbe con le proprie idee. Appunto per questo: le idee sono una cosa, i fatti un’altra. Le idee, però, a quelle non si può rinunciare: come non si può rinunciare alla squadra di calcio. Sono il legame di aggregazione tribale, delimitano l’appartenenza alla tribù della quale il singolo individuo non può fare a meno.

Non le tribù appartengono all’individuo, ma l’individuo alla tribù. Non le idee alla persona, ma la persona all’dea. Ognuno ha la sua idea: a volte, la sua ideologia. Prendiamo allora ad esempio l’affermazione «In Italia ci sono troppi partiti». Ma quali dovrebbero scomparire? Osservate due o più persone che dibattono di questo argomento dal barbiere (a proposito: ora che ci penso, ne ho trovati diversi, radicali) oppure ad una fermata dell’autobus: valuteranno i pro e i contro, poi bene o male capiranno che tanto è inutile discutere, i partiti saranno sempre troppi, ma comunque «ahò, è la mia opinione, che non posso avere la mia idea?»: e ci si lascia perfettamente d’accordo, a votare per due – o più – partiti diversi. Oppure «ci dovrebbero essere solo due partiti, uno di maggioranza, e uno di opposizione».

Ecco, in fondo anche in Italia, se chiamiamo uno «il Comunismo» e l’altro «la Democrazia», non è esattamente quel che c’è adesso? Tali le idee dell’uno, tali le idee dell’altro. Il fatto che, nella realtà alla quale ci riferiamo, «il Comunismo» non sia mai stato al potere, è dal punto di vista della logica, del tutto marginale: neanche «la Democrazia» è mai stata al potere da sola, dicono gli altri. Il comunista a questo punto si arrabbia, ma se lui si arrabbia l’altro si offende: come, non posso avere la mia opinione? Sta’ tranquillo, che se ci fossero i vostri, lì sopra, sarebbero come i nostri. A nessuno di loro viene in mente che potrebbero lamentarsi ciascuno di sé, anziché l’uno dell’altro: molto meglio tenere ciascuno le sue opinioni. E così via. È una questione di opinioni: i fatti della vita sono, comunque, un’altra cosa.

Microscopicamente, purtroppo, non è uno scherzo, «il Comunismo» e «la Democrazia», esistono sul serio. All’opposto però, l’uno contro l’altro armati, sostengono fino in fondo la propria idea, e vicendevolmente si accusano di imperialismo, cioè di voler piegare altri alla propria idea. Dall’una parte e dall’altra, le stessa crisi, la stessa gente troppo ricca e troppo povera, le stesse galere, lo stesso sadismo individualista, a volte per fortuna, anche le stesse felicità, le stesse eccezioni.

Da una parte, hanno creduto di sommare ogni singolo bene individuale e ottenere il bene della società, e si ritrovano una società brutta, sporca e cattiva quanto più lucente e puzza di benzina. Dall’altra, hanno sognato la società senza classi e hanno, da settanta anni, la dittatura del proletariato. Stringono un po’ più la cinghia, ma non perdono tempo a imparare l’ortodossia leninista, se frutta qualcosa. Da che mondo è mondo…

Mi azzardo a dire che forse siamo arrivati al nocciolo profondo, alla caratteristica peculiare, al segno emblematico, alla qualità metastorica e metaindividuale che possiamo riconoscere in ognuno di noi, dentro e fuori delle comunità, atee o religiose, delle tribù, magari anche degli insediamenti familiari? Un momento direte voi, non ti sembra di esagerare, per soli due anni di interviste per strada? Al tempo: dico solo la mia opinione (sono uno che se ne intende).