1977 Paolo Barile, 1° Convegno "Referendum Ordine Pubblico Costituzione", 31 ottobre 1977
(...) Io domanderei a questo punto ai nostri amici radicali: il successo che essi hanno avuto in tema di raccolta delle firme è indubbio e sta ancora una volta a dimostrare la loro serietà e il loro impegno morale; però le firme sono cose diverse dai sì; è pensabile in questo momento che ci sia una maggioranza che voglia, attraverso questi 8 referendum o alcuni almeno di essi, produrre vuoti paurosi nell'ambito del nostro ordinamento (lasciamo stare i patti lateranensi sui quali ci sarebbe molto da dire, ma lì il vuoto c'è già probabilmente; pensiamo invece all'ordinamento militare)? Pensiamo un momento che di questi otto referendum quelli che producono un grosso effetto dilacerante dovessero riuscire; a questo punto il Parlamento il giorno dopo che fa? Deve fare leggi di emergenza, decreti di stato d'assedio? Deve a questo punto prendere la Costituzione e farne che cosa? Perché questo è veramente il rischio grosso; è un interrogativo che io pongo. Seconda osservazione, sempre in relazione al comportamento presumi
bile dei votanti. Credono i nostri amici radicali che, dopo la vittoria nella raccolta delle firme, ci possa essere una simile vittoria nella raccolta dei sì, nel momento in cui, probabilmente, tutti i partiti dell'arco costituzionale sostanzialmente si schiereranno contro, (non so se nella loro totalità), perché preoccupati di quello che potrà accadere ai loro gruppi parlamentari nelle Camere l'indomani? Terzo interrogativo: stanno per essere sottoposte ai cittadini otto materie insieme, sulle quali votare, più l'aborto, nove. Non credete che questo sia un pasticcio, non so quanto educativo dal punto di vista politico? Ma, soprattutto, ancora un'ultima osservazione: i nove referendum, per il solo fatto che si devono fare, provocheranno certe conseguenze. Certe conseguenze che si manifesteranno soprattutto nel blocco di certe priorità, che indubbiamente oggi esistono. Per esempio, parliamo, al solito, dell'economia. E' chiaro che i nove referendum bloccheranno il Paese per un lungo periodo e necessariamente
queste priorità, queste cose che si devono fare e che non si riescono a fare, andranno ancora più in là. Quale vantaggio generale si potrà avere a questo punto per la politica del Paese? Quale vantaggio generale per rafforzare (o non indebolire) le nostre istituzioni?
E allora veniamo ai rimedi proposti per il referendum. Alcuni direi che qui non interessano (almeno in questo momento non mi interessano), riguardano il futuro, cioè i tre anni prima dei quali non si può fare un referendum su una legge, il milione di firme anziché il mezzo milione, il quorum di maggioranza assoluta, proposti in uno dei progetti del Partito comunista; li lascerei quindi da parte perché sono questioni delle quali avremo tempo di discutere successivamente. Il problema che qui sta alle costole è quello del passaggio da progetti di legge a leggi di alcuni di questi provvedimenti, prima ancora che si dia luogo ai referendum. Questo direi che è il problema.
Dunque c'è un primo gruppo di proposte che ora non interessa. C'è un secondo gruppo di rimedi di cui è certamente dubbia, quanto meno, l'opportunità. Alludo all'art. 5, all'art. 6 e all'art. 10 del progetto del Partito comunista italiano. L'art. 5 è quello, già ricordato da Stefano Rodotà, che prevede l'intervento del Presidente della repubblica per ritardare i referendum quando vi sia pendente all'esame delle Camere qualche proposta che attenga più o meno alla materia oggetto dei referendum. L'art. 6 vorrebbe introdurre il nuovo istituto della sospensione di una legge ordinaria. Con l'art. 10 si vorrebbe far sì che in luogo della dizione della abrogazione, del richiamo all'``abrogazione'' da parte del Parlamento (che paralizza il referendum) si adottasse il concetto delle cosiddette ``sostanziali modifiche''. (...) Paolo Barile, 1° Convegno "Referendum Ordine Pubblico Costituzione", 31 ottobre 1977



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