2009 06 09 Rassegna Stampa

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"La Stampa", 09 Giugno 2009, pag. 1, Luigi La Spina, RINCORRENDO PAURA E PROTESTA; Buongiorno, Dieci domande qualunque, Massimo Gramellini ; I Radicali senza quorum ma salgono nelle grandi città; da La Stampa del 9 giugno 2009, pag. 10; Quello che il Pd non vuole vedere; da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 50, di Paolo Franchi; Per gli eletti arrivano i rimborsi; da Avvenire del 9 giugno 2009, pag. 5; Int. a Daniel Cohn Bendit: Dany il verde all'assalto di Sarkozy per una Francia, libera dal nucleare; da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 27, di Massimo Nava; La tela leghista abbraccia mezza Italia; da Il Sole 24 Ore del 9 giugno 2009, pag. 1, di Stefano Folli; "Pdl fotocopia leghista, sud deluso": Fini riapre il confronto nel partito; da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 6, di Francesco Verderami; "La Stampa", 09 Giugno 2009, pag. 8, Intervista al sindaco di Torino, “Per riuscire a vincere ancora ci vuole l’Ulivo”, Chiamparino: “Un errore correre soli. Serve una nuova politica di alleanze”, MAURIZIO TROPEANO, TORINO

"La Stampa", 09 Giugno 2009, pag. 1
Luigi La Spina
RINCORRENDO PAURA E PROTESTA

Paura e protesta. Il risultato complessivo del week-end elettorale tra le europee e
la parziale tornata amministrativa ha sostanzialmente fatto emergere questi due
sentimenti tra gli italiani.
Al di là del giudizio per le provinciali e comunali, che sarà possibile formulare
compiutamente solo dopo i ballottaggi, il sistema con il quale si è votato ha
agevolato l’espressione libera, senza i condizionamenti di un governo nazionale da
eleggere, degli stati d’animo più profondi dei cittadini in questo momento.
Si è radicalizzata, così, la spinta centrifuga verso la Lega, da una parte, e verso
Di Pietro, dall’altra, all’interno di una spaccatura così profonda nell’elettorato
che non consente travasi di voti tra i due schieramenti. Inoltre, si è accentuato il
distacco dell’elettorato dalla politica, con una percentuale di astensioni che non
va trascurata con l’alibi di un confronto europeo che ancora ci privilegia. Un
fenomeno che, presumibilmente, ha colpito soprattutto i due partiti maggiori, il Pdl
e il Pd. Con l’effetto di aumentare la polarizzazione «alle estreme» dei due fronti.
Senza decretare con troppo anticipo il «de profundis» nei confronti della tendenza
al bipartitismo nel nostro Paese, un orientamento che dovrà essere verificato con un
confronto corretto, cioè con il sistema di voto che vige nelle elezioni politiche, è
comunque responsabilità primaria dei due maggiori partiti raccogliere questi
sentimenti e dar loro una risposta seria, concreta, urgente. La tentazione più
sbagliata, da parte di Pdl e Pd, sarebbe quella di rincorrere la paura e la
protesta, ripetendo il clamoroso errore della loro campagna elettorale: aver scosso
quell’albero i cui frutti sono caduti nelle mani dei rispettivi partiti concorrenti.
Rispondere alla spinta verso la radicalizzazione degli umori negli schieramenti, con
una parallela corsa all’esasperazione delle posizioni, nell’illusione di assorbirla,
sarebbe uno sbaglio drammatico e controproducente.
Berlusconi deve prendere atto che atteggiarsi a vittima, gridare ai complotti,
attaccare i magistrati, i giornali e, persino, accusare la Banca d’Italia di
sbagliare i conti, non porta a quel trionfo plebiscitario che sperava. Soprattutto,
non deve autoilludersi per poter illudere, dipingendo un quadro dell’Italia
irrealistico: la crisi economica, nel nostro Paese, non è passata. Le conseguenze
sui consumi e sull’occupazione sono e saranno pesanti. Occorre rispondere alle
sollecitazioni delle forze sociali, dalla Confindustria come dalla gran parte dei
sindacati, con un programma di riforme che sostenga i redditi delle famiglie e che
modifichi un sistema di welfare ingiusto e insufficiente.
Si può anche mascherare una sconfitta, consolandosi per il mancato sfondamento
elettorale del premier, ma Franceschini non può davvero pensare che con l’addizione
delle attuali opposizioni si possa costruire un’alternativa di governo a Berlusconi.
Per il Pd si aprono due grandi problemi: inventare un grande progetto di moderno
cambiamento del centrosinistra italiano e accelerare, a tappe forzate, un ricambio
di ceto dirigente assolutamente indispensabile. Un partito che viene votato solo da
un italiano su quattro non può pensare di coagulare un’alleanza del 51 per cento né
con una riedizione dell’alleanza prodiana con la sinistra radicale, né con una
intesa con l’Udc di Casini.
L’unico conforto, per i dirigenti del Pd, può venire, invece, dal riconoscimento di
aver intuito, prima degli altri partiti progressisti d’Europa, l’esaurimento
dell’esperienza socialista, sia nella applicazione socialdemocratica sia in quella
radicale. La crisi delle sue varie versioni continentali, da quella laburista a
quella francese e tedesca e, da ultimo, anche a quella più nuova, l’iberica
zapaterista, salva l’ipotesi ideologica sulla quale è stato immaginato quel partito.
A patto che la nuova suggestione ideale sia applicata a una formazione politica che
non rappresenti una somma di ex esponenti del passato comunista e democristiano,
peraltro divisi e fiaccati da rivalità e odi personali che durano da decenni. Un
ceto politico che il suo elettorato non sopporta più.
La lezione di un test elettorale «anomalo» come questo che si è svolto a un anno dal
voto per le politiche può essere facilmente metabolizzata, con un po’ di propaganda,
con qualche rimescolamento di potere nei due partiti maggiori che serva a trovare
qualche capro espiatorio e possa alimentare la speranza di una rivincita. Ma
Berlusconi ha un’occasione preziosa per cambiare il suo vecchio spartito. E
Franceschini per trovarne uno.

Buongiorno
Dieci domande qualunque
Massimo Gramellini

1. Ma vi sembra normale che solo agli italiani non faccia effetto essere governati
da chi condiziona il loro immaginario attraverso le televisioni?
2. Ma vi sembra normale che in tutte le interviste pre-elettorali la domanda più
dura che gli hanno rivolto sia stata «ci dica»?
3. Ma vi sembra normale che i dirigenti del Pd siano tutti ex del Pci e della
Democrazia cristiana?
4. Ma vi sembra normale che Clinton, Jospin, Schroeder, Blair e persino Gorbaciov
facciano un altro lavoro da anni e loro invece insistano?
5. Ma vi sembra normale che Pdl e Pd abbiano perso milioni di voti e parlino solo di
quelli persi dagli avversari?
6. Ma vi sembra normale che i verdi trionfino ovunque, mentre qui, appena ne vedi
uno in faccia, viene voglia di tifare per l’effetto-serra?
7. Ma vi sembra normale che chi detesta Berlusconi voti Di Pietro, che è come dire:
detesto il Bagaglino quindi vado a vedere Bombolo?
8. Ma vi sembra normale che l’Italia cristiana sia rappresentata in Europa da Magdi
Cristiano Allam e Borghezio?
9. Ma vi sembra normale che tutti sputino addosso alla Casta e poi Mastella prenda
ancora 112 mila voti di preferenza?
10. Ma vi sembro normale?
Ad almeno nove domande su dieci (compresa la numero 10) la mia risposta è no.

I Radicali senza quorum ma salgono nelle grandi città

• da La Stampa del 9 giugno 2009, pag. 10
Oltre il 5 per cento a Milano, quasi il 5 per cento a Firenze, oltre il 4 per cento
a Torino e a Roma. Nelle grandi città i radicali hanno raggiunto risultati
significativi pur non riuscendo ad ottenere il quorum su scala nazionale. Nessun
europarlamentare della pattuglia di Pannella approderà, dunque, all’Europarlamento
di Strasburgo, ma, con un consenso che dovrebbe stanziarsi tra il 2,5 e il 3% Emma
Bonino ha più di qualche ragione a parlare di una «tenuta politica dell’area
radicale». Il tutto in una campagna elettorale che, per dirla con Marco Cappato, se
fosse stato per Porta a Porta li avrebbe fatti ottenere lo 0% e, come dice la
Bonino, è stata fatta al risparmio, «con 350 mila euro, che neanche l’ultimo
consigliere di Rocca Cannuccia di sotto...». Ora, forti anche del drappello di
radicali che siedono in Parlamento, sono determinati ad andare avanti, a partire
dall’Assemblea dei Mille di Chianciano Terme convocata per il 26 giugno e aperta a
tutte le forze socialiste, laiche, della sinistra riformista e liberale.

Quello che il Pd non vuole vedere

• da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 50
di Paolo Franchi

Può darsi che, di fronte ai rovesci elettorali dei socialisti in Europa, molti
dirigenti del Pd (a cominciare ovviamente da quelli che del Pse non hanno mai voluto
far parte e tanto meno lo vogliono oggi) abbiano tirato un sospiro di sollievo.
Pensando che il netto calo del Pd è in fondo poca cosa rispetto ai tracolli del New
Labour, della Spd, del Ps francese. E magari sorridendo all`idea che, se entrasse a
far parte del gruppo parlamentare socialista europeo, magari altrimenti denominato,
il Pd ne sarebbe, paradosso dei paradossi, la componente nazionale più forte. Può
darsi. Ma, se così fosse, farebbero bene a uscire il prima possibile da questo stato
di dormiveglia politico e intellettuale. E vero, il Pd può legittimamente
compiacersi di avere allontanato da sé i peggiori incubi della vigilia, e insomma di
aver evitato il rischio drammatico di finire letteralmente schiantato. Ma i motivi
di soddisfazione iniziano e finiscono qui. Il Pd non è, e nemmeno intende essere, né
socialista né socialdemocratico, e non solo per l`opposizione, strenua quanto
comprensibile, di alcune sue componenti, in primo luogo quelle di provenienza
democristiana, a risolversi a un simile passo. Eppure la sua sconfitta (perché
perdere in un anno sette punti in percentuale, da che mondo è mondo, è una
sconfitta, spiegabilissima, certo, ma non per questo meno pesante) è ugualmente una
variante nazionale del disastro della sinistra riformista europea. Un po` tutti i
principali leader socialisti e socialdemocratici riconoscono che, all`origine della
disfatta, c`è prima di tutto la vistosa incapacità di prospettare risposte di
qualche respiro e di qualche efficacia a una crisi che minaccia in primo luogo il
presente e il futuro dei lavoratori, dei ceti medi, dei giovani, e insomma di quella
parte grande della società che a lungo la socialdemocrazia, dal governo e persino
dall`opposizione, a lungo ha cercato, e con successo, di rappresentare e di
tutelare, e che adesso, spaventati, le volgono le spalle e scelgono la destra,
spesso preferendo quella razzista e xenofoba a quella moderata. Vero. Ma, se è
questo il peccato, non si capisce esattamente come potrebbe mai fare, il Pd, a
reputarsene indenne; di che cosa dovrebbe occuparsi, nel prossimo futuro, se non di
dannarsi l`anima per mettere a fuoco idee, proposte, programmi, e insomma una
cultura politica rinnovata che lo guarisca, sempre che sia possibile, da una simile,
prolungata afasia; e con chi potrebbe farlo se non, in primo luogo, con quelle forze
della sinistra riformatrice vecchia e nuova che in Europa soffrono del medesimo
male. Non c`è dubbio: il socialismo europeo è ai suoi minimi storici. Ma forse
sarebbe anche il caso di ricordare quante volte, nella sua lunga storia, è stato
dato per morto; e quante volte ha trovato una via originale per risorgere. C`è poi,
naturalmente, un aspetto tutto italiano della questione. Il Pd tira il fiato non
solo perché, in un modo o nell`altro, l`ha scampata, ma pure perché Silvio
Berlusconi, invece di trionfare, segna il passo. Bene. Ma il suo 33% delle elezioni
politiche si è ridotto, in una prova in cui era impossibile fare appello al voto
utile, al 26: Antonio Di Pietro ha incassato quello che si proponeva di incassare,
la sinistra-sinistra, anche se né i neocomunisti né Sinistra e Libertà ce l`hanno
fatta a superare il muro del 4%, ha dimostrato di esserci ancora, Marco Pannella ed
Emma Bonino se ne sono andati per la loro strada, il discreto successo dell`Udc
testimonia che, al centro, non si passa, i successi della Lega in Emilia, e non solo
in Emilia, ci parlano di un blocco sociale, politico e anche culturale che
scricchiola, o peggio. Se le cose stanno così, è davvero difficile immaginare che,
vinta la battaglia per la sopravvivenza, il Pd possa pensare di espandersi fino a
diventare da solo, domani o dopodomani, un partito, almeno in potenza, di
maggioranza, come sognavano, e forse sognano ancora, i sacerdoti del bipartitismo
che, al suo interno, fanno affidamento sul referendum: si ripropone, ineludibile e
difficilissimo, quel problema delle alleanze che, dopo il triste fallimento
dell`Unione, si era pensato, sulla scorta di un`indebita euforia, di poter
archiviare. Tutte queste, dicono, sono questioni che affronterà il congresso.
Giusto. Ma forse sarebbe il caso di cominciare a parlarne subito. Sempre che non sia
già tardi.

Per gli eletti arrivano i rimborsi

• da Avvenire del 9 giugno 2009, pag. 5
Denaro fresco per le casse dei cinque partiti che inviano parlamentari a vale a
dire Pdl, Pd, Lega, Italia dei Valori e Udc. Il partito di Silvio Berlusconi, ad
esempio, avrà oltre 103 milioni di rimborsi elettorali, mentre quello di Dario
Franceschini circa 84. A bocca asciutta rimarranno invece, per la prima volta, i
partiti rimasti sotto la soglia del 4% imposta con la modifica alla legge elettorale
europea varata quest`anno. Il calcolo dei soldi che andrà a ciascun partito è un po`
complicato. Il monte complessivo da distribuire è di cinque euro per ogni cittadino
avente diritto al voto, quest anno 50.341.790. La torta da spartire è dunque di
251.708.950 di euro. Una somma ingente, equivalente per esempio al taglio al Fondo
sociale effettuato dal ministro dell`Economia Giulio Tremonti nella finanziaria del
luglio scorso. Ad aver diritto ai rimborsi elettorali sono solo i partiti che
eleggono almeno un eurodeputato; ma con la soglia del 4% introdotta quest`anno, sono
solo cinque le formazioni che si spartiranno la somma complessiva. Quindi, ad
esempio, il Pdl con il 35,25% dei voti non otterrà questa percentuale di rimborsi,
bensì una fetta più grande. Infatti i suoi 10.807.176 voti vanno ponderati su quelli
ottenuti dai soli cinque partiti che hanno acquisito il diritto al rimborso, vale a
dire 26.391.247 (tutti i votanti sono stati infatti 30.645.386, al netto
dell`astensione). La percentuale sale allora al 40,95%, ed è la fetta del "monte
rimborsi" che otterrà, Stesso discorso vale per gli altri quattro partiti che
accedono ai rimborsi. La percentuale che spetta al Pd è del 30,34%, quella della
Lega è dell` 11,85%, quella di Di Pietro è del 9,29%, quella dell`Udc del 7,57%. In
base a questa ripartizione, l`agenzia Ansa ha dunque calcolato gli importi dei
rimborsi, sulla base dei risultati forniti dal ministero dell`Interno. Le somme
saranno divise in cinque tranches uguali, che verranno assegnate annualmente a
ciascun partito fino al 2014. Ed ecco le quote attribuibili partito per partito: al
Pdl 103.074.815,035 euro; al Pd 84.368.495,430 euro; alla Lega 29.827.510,575 euro;
all`Idv 23.383.761,455 curo; all`Udc 19.054.367,515 euro. Sempre per capire l`entità
delle cifre che finiscono nelle casse dei partiti, basta considerare che 100 milioni
sono quanto il governo ha destinato nel 2009 al Piano straordinario per costruire
nuovi asili nido; 80 milioni sono l’intero plafond delle politiche giovanili; 30
milioni e il finanziamento 2009 per le pari opportunità.

Int. a Daniel Cohn Bendit: Dany il verde all'assalto di Sarkozy per una Francia
libera dal nucleare

• da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 27
di Massimo Nava

«È stato il D-day dell`ecologia», dice raggiante Daniel Cohn Bendit ai militanti
entusiasti. Quarant`anni dopo, il ragazzo del Sessantotto riesce a scuotere ancora
una volta la Francia. Allora guidava la rivolta studentesca nel Paese dell`autorità
gaullista, oggi cavalca la rivoluzione verde nel Paese più nuclearizzato del mondo
(58 reattori). Allora venne espulso dal presidente de Gaulle, oggi il suo progetto
ambientalista stravolge il quadro politico francese, spariglia le carte a sinistra e
peserà nel parlamento europeo. Francese di nascita, ma di origini tedesche (i suoi
genitori, ebrei, fuggirono dalla Germania di Hitler e si incontrarono a Parigi),
Daniel Cohn Bendit è cresciuto a Francoforte (dove ha ancora la residenza) e ha
sempre fatto politica sulle due sponde del Reno. E stato studente sulle barricate
dell`università di Nanterre, insegnante d`asilo, bibliotecario, giornalista, ma a
partire dagli anni Ottanta è stato soprattutto uno dei leader dei «Grunen» tedeschi,
assieme al suo amico Joschka Fischer. La Francia gli è`sempre rimasta nel cuore,
come un ricordo di gioventù. Ci ritorna per mettersi alla testa dei verdi alle
elezioni europee del 1999. Un appello di intellettuali favorisce il ritiro del
divieto di soggiorno sul territorio francese. «Dany il rosso», oggi «Dany il verde»,
non lo dice, ma la rivoluzione è avvenuta da tempo anche nella sua persona: meno
sogni, meno ideali e tanto pragmatismo in politica e in economia - senza tuttavia
rinunciare allo spirito libertario che ha sempre contraddistinto il suo modo di
pensare, agire, parlare, vestirsi, non pettinarsi. Daniel avrà settant`anni alla
fine del suo mandato: gli piace definirsi un «vecchio adolescente». Nel suo ultimo
libro, Dimenticare il Sessantotto, non rinnega i formidabili anni, ma sostiene che
sia necessario chiudere il capitolo e guardare al futuro. Sicuramente è`la ricetta
vincente per raccogliere consensi e trasformare un movimento marginale e ideologico,
spesso ruota di scorta dei socialisti o sedotto dall`estrema sinistra, in una forza
vera e autonoma, la terza del Paese, ormai testa a testa con il partito socialista
umiliato e sconfitto. Paradossalmente, i verdi avanzano proprio quando tutti in
Francia parlano e agiscono in nome dell`ecologia. Il presidente Sarkozy ha messo lo
sviluppo sostenibile al centro del suo programma di governo, al punto da riunire in
un solo ministero trasporti ed ecologia. Una volta ha detto: «L`ambiente è un
problema talmente serio che non va lasciato nelle mani degli ecologisti». Si
sbagliava. Venerdì scorso, il film Home, sullo stato di salute del pianeta, è stato
visto da otto milioni di francesi e tre hanno seguito su France 2 il dibattito, al
punto che qualche concorrente di «Dany il verde» sostiene che il film sia stata una
sorta di quinta colonna degli ecologisti. Con il 16 per cento di voti,
Europe-ecologie diventa da oggi la coscienza e il controllore della politica del
governo, con l`ambizione di lanciare anche in Francia (come a suo tempo in Germania)
la questione dell`uscita dal nucleare. «Ma senza fame una battaglia velleitaria o
ideologica che non porta da nessuna parte», dice Dany il verde. «Il superamento del
nucleare è una prospettiva europea se si sviluppano le energie alternative, se si
affronta il problema dello smaltimento delle scorie e se si ridiscutono i
finanziamenti pubblici attorno al nucleare. La concorrenza può favorire lo sviluppo
di energie rinnovabili». La vittoria di Cohn Bendit non è soltanto la vittoria degli
ambientalisti. È il catalizzatore di sensibilità, personaggi e ambienti sociali che
crescono in Francia e che la sinistra tradizionale non è riuscita a conquistare. Ci
sono i «paysans» e i no global di José Bové. C`è il giudice Eva Joly, protagonista
dell`operazione «mani pulite» contro la corruzione politica in Francia. Ci sono
movimenti ambientalisti e simpatizzanti di Greenpeace. Ci sono ex socialisti,
militanti libertari e antirazzisti. Dany il verde è riuscito a costruire una
prospettiva unitaria, «quella che è mancata in Italia, dove i verdi sono un po`
appiattiti sull`estrema sinistra». È stato uno dei pochi a parlare di Europa in
campagna elettorale: «Il posto dove le cose succedono». Prima del voto, aveva fatto
quattro scommesse. Tutte vinte: fare più del dieci per cento, far meglio dei verdi
tedeschi, battere i centristi di Francois Bayrou (che lo aveva offeso durante un
dibattito) e arrivare davanti ai socialisti nella regione di Parigi. La prossima
scommessa? «Non mi candiderò alle presidenziali francesi!», dice con civetteria.
Allora la presidenza della Commissione? «Non voglio il posto di Barroso, ma un altro
al suo posto. Meglio Rasmussen o Monti».

La tela leghista abbraccia mezza Italia

• da Il Sole 24 Ore del 9 giugno 2009, pag. 1
di Stefano Folli

Mai come quest'anno l'analisi del voto amministrativo è necessaria per integrare il
giudizio sulle elezioni europee. Da quanto è dato capire, le tendenze sono
confermate. E rendono possibili due riflessioni. La prima è che il centrodestra
ottiene una rete di successi significativi, salvo che nelle due storiche regioni
"rosse", la Toscana (soprattutto) e l'Emilia-Romagna (ma con l'eccezione di
Piacenza). C'è poi un arretramento in Sicilia e c'è l'astensionismo "punitivo" della
Sardegna (il trasloco del G-8).
Ma nel complesso le amministrative premiano la destra, in linea con l'esito del voto
europeo. In qualche misura, rappresentano un discreto premio di consolazione per
Silvio Berlusconi, dopo la delusione personale di domenica notte.
Si può dire anche che nelle province e nei comuni sta prendendo forma una classe
dirigente di centrodestra che in prospettiva sarà forse in grado di tagliare il
cordone ombelicale con Berlusconi. Per ora non è possibile: il Pdl coincide ancora
con le fortune politiche e personali del suo fondatore e padre-padrone. Ma si
comincia a intravedere il futuro, partendo proprio dagli enti locali. Anche su
questo terreno la Lega è più avanti del suo alleato. Il Carroccio, come è noto,
amministra da anni importanti realtà del Nord e vale la pena notare che gli
amministratori leghisti uscenti vengono di solito confermati con importanti
percentuali.
Seconda riflessione. Proprio l'esame del voto amministrativo conferma che i due
vincitori autentici delle europee, la Lega e l'Italia dei Valori, si rivelano
determinanti anche a livello locale. Il partito di Bossi in particolare deborda
oltre i suoi confini geografici tradizionali e si proietta verso l'Italia centrale.
Ottiene risultati eccellenti soprattutto in Emilia, vedi Bologna e Piacenza, ma
registra percentuali interessanti in varie zone, dalle Marche al Lazio.
Si capisce quindi che il Carroccio ha saputo interpretare un certo senso comune
dell'elettorato sul tema cruciale della sicurezza, spesso confusa ambiguamente con
la lotta all'immigrazione clandestina, e in linea generale ha offerto l'idea di una
forza concreta, pragmatica, vicina ai bisogni della gente. Sotto questo profilo,
Bossi e Di Pietro forse si assomigliano più di quanto non si pretenda. Entrambi
indeboliscono i due maggiori partiti del nostro bipolarismo, sottraggono voti in
parte al Pdl, in parte al Partito Democratico. L'Italia dei Valori tende a
raddoppiare i suoi consensi quasi sempre a scapito del Pd. Ed è singolare che
l'unico partito non toccato da queste scorribande sia l'Udc di Casini, che anche per
questo può essere considerato il terzo vincitore della partita, almeno per quanto
riguarda le europee.
Il fatto che la Lega non abbia superato i consensi del Pdl in Veneto diventa un
elemento secondario. Il Carroccio si prepara a pesare sugli assetti della
maggioranza più di quanto non si voglia ammettere. Al momento, tutti preferiscono
tenere le carte coperte, ma il ministro Calderoli dice la verità quando ammette che
«i voti si pesano, non si contano». I voti si pesano... Vuol dire che Bossi, senza
aprire conflitti sostanziali, ma anzi con il sorriso sulle labbra, imporrà la sua
agenda politica. La sua visione istituzionale.
Si diceva all'inizio della legislatura che la Lega voleva essere «il motore delle
riforme». Adesso c'è da credere che il motore tornerà a rombare, facendo tremare i
delicati equilibri di una maggioranza composita. Spetterà a Berlusconi trovare le
giuste sintesi, evitando che l'«asse nordista» imponga in ogni caso la legge del più
forte. Il presidente del Consiglio dovrà dedicarsi alla mediazione politica, arte da
lui non prediletta. Da oggi la strategia fondata sul carisma personale va in
soffitta, almeno in attesa di tempi migliori.
Quanto a Di Pietro, ormai vale un terzo circa del Pd. Intende condizionare le scelte
della maggior forza del centrosinistra e non lo nasconde. In un certo senso, il
leader dell'IdV si è iscritto al prossimo congresso dei democratici. Ma non per
intervenire dal palco. Il suo congresso l'ex magistrato lo farà giorno per giorno
sui media, con l'intento, nemmeno dissimulato, di imporre la sua regola a un partito
di nuovo in cerca d'identità. Basta dire, come Fassino, che occorre costruire un
sistema di alleanze che comprenda l'Udc e il partito dipietresco? Probabilmente no.
Casini e Di Pietro non sono al momento conciliabili e la credibilità di un futuro
sistema di alleanze non potrà ignorare questo dato.
Tuttavia scegliere tra l'uno e l'altro, costruendo una politica seria intorno
all'ipotesi presa in considerazione, significa aver chiarito prima molte cose
all'interno del Pd: i contenuti, i programmi, il rapporto con il paese, la
leadership. Si torna da capo, in una sorta di "anno zero" che il Pd nega, ma che è
il logico esito di elezioni non fortunate.

"Pdl fotocopia leghista, sud deluso": Fini riapre il confronto nel partito

• da Corriere della Sera del 9 giugno 2009, pag. 6
di Francesco Verderami

Voleva emulare De Gasperi, «voglio essere il De Gasperi di un`Italia moderna»,
diceva il premier un mese fa, quando «quota 40» appariva un obiettivo elettorale
raggiungibile, e che avrebbe fatto del Pdl un partito forte come solo la Dc degli
anni Cinquanta. Sa che a far saltare il suo progetto non è stata l`opposizione, o la
stampa straniera, o un complotto internazionale, ma «la mia signora», così ha
sospirato ieri, sintetizzando il crescendo polemico iniziato sulla candidatura delle
«veline», e culminato nel caso Noemi, la ragazza di Casoria che lo chiama «papi». In
quel momento - un mese fa - Berlusconi avrebbe avuto bisogno di un partito che lo
sorreggesse e ne surrogasse l`assenza, siccome «con tutte le infamie che i media mi
hanno riversato addosso non ho potuto fare campagna elettorale». Non è andata così
perché il Pdl non è stato organizzato così per volontà del Cavaliere. La novità è
che il premier vuol porre rimedio a questo deficit. Ed è proprio quanto Fini si
attende. Raccontano che il presidente della Camera abbia chiamato il premier, e le
sollecitazioni che sono giunte a Berlusconi in serata attraverso una nota della
fondazione Farefuturo riflettono il pensiero del «cofondatore» del Pdl. Fini auspica
che il partito «nasca davvero», che dietro il leader ci sia «una struttura
legittimata e vi- sibile», perché quella struttura «gli potrebbe tornare molto utile
- così recita la nota per contenere» l`offensiva leghista e il malcontento del Sud
«emerso dall`astensione»: «Non basta che Berlusconi si occupi personalmente del caso
Sicilia», se poi non c`è un gruppo dirigente che sappia reggere altri eventuali
casi. Non c`è dubbio che il presidente della Camera critichi il premier per una
«politica di governo a trazione leghista», che ha dato a Bossi «una forte
affermazione elettorale». E non c`è dubbio che Fini chieda maggiore attenzione verso
il Sud dove si avverte «un senso di crescente insoddisfazione». E il Mezzogiorno
entrerà nell`agenda di governo, «bisognerà dare visibilità alla nostra azione in
questa area del Paese», dice il ministro Fitto. Ma sono i «triunviri» del Pdl il
bersaglio dell`attacco di Fini-Farefuturo, dato che «al vertice» del partito «non
pare abbiano colto» il problema: «E la cosa è grave». Insomma, il presidente della
Camera sprona il Cavaliere, confidando in un cambio di passo nel partito e nel
governo, dove un Pdl «senza preciso profilo» ha svolto «una politica fotocopia»
della Lega. Spera poi che «dalle vicende che lo hanno colpito», Berlusconi capisca
di «stare più tranquillo». Perché in fondo - ha spiegato ai suoi - «si sarebbe
potuto commentare un buon risultato elettorale, se Silvio non avesse fatto la
sparata» su «quota 40». Più o meno quel che ha commentato un rammaricato Gianni
Letta nei suoi colloqui riservati: «Senza quegli eccessi, Berlusconi avrebbe potuto
dire che il suo governo è l`unico ad aver davvero retto in Europa». «Nessun altro
infatti - spiega il ministro Matteoli - ha fatto meglio di noi. Anche perché, quanto
il Pdl ha perso in punti percentuali è finito alla Lega, rimanendo nell`alveo della
maggioranza». Invece Berlusconi, pur di arrivare laddove solo la Dc era arrivata, ha
giocato d`azzardo con i numeri. Ma non sono stati i sondaggi a tradirlo, se è vero
che alla vigilia del voto nessun istituto gli assicurava più «quota 40». Missione
fallita. Il segretario del Pri Nucara sostiene che dal Paese è giunto un messaggio
al Cavaliere: «Se vuole governare deve capire che lui è il capo di una coalizione,
non può limitarsi a fare il capo di un partito». Berlusconi ha compreso il messaggio
dell`opinione pubblica e si appresta a cambiar passo. Il fatto di voler mettere mano
nel partito è un modo per assumersi la responsabilità di quanto accaduto, e per
porre fine a «lotte intestine», come quella in Sicilia, «che hanno disorientato
quanti ci votano». Intanto si augura che «finita la campagna elettorale finisca
l`aggressione contro di me». Eppoi i dati ufficiali delle urne hanno cambiato il suo
umore, che ieri mattina era pessimo, perché avvertiva sulla propria pelle «lo
smacco» di chi in Europa si era prenotato come grande vincitore. Nonostante la
botta, infatti, il Pdl è diventato il primo partito in tutte le circoscrizioni, e il
Pd è stato scavalcato nelle regioni centrali a dominanza rossa. Dalle tabelle in suo
possesso ha notato che - in termini assoluti - se il suo partito ha perso 2 milioni
e 850 mila voti, i Democratici ne hanno persi 4 milioni e 100 mila, mentre la Lega
ne ha conquistati 500 mila. Tra quei 5 milioni e 900 mila di cittadini che stavolta
hanno disertato le urne, c`è anzitutto il granaio siciliano che mira a recuperare. E
vero, il sorpasso sul Pd è«a scendere», non «a salire», ma i risultati delle
Amministrative gli segnalano «performance molto lusinghiere». Ed è così che
Berlusconi mediaticamente tenterà di uscire dall`angolo preparandosi alla partita
delle Regionali, che si svolgeranno tra un anno, cioè domani. Perché c`è da trovare
presto un compromesso con il Carroccio sui governatori, magari proponendo a Bossi la
candidatura di un leghista in Piemonte. E c`è da riallacciare un rapporto con l`Udc,
che farà fatica a chiudere un`intesa con il Pd, visto l`ostacolo ingombrante
dell`Idv. Il Cavaliere non sarà il nuovo De Gasperi, ma magari può diventare un
nuovo Berlusconi. Ecco la scommessa.

"La Stampa", 09 Giugno 2009, pag. 8
Intervista al sindaco di Torino
“Per riuscire a vincere ancora ci vuole l’Ulivo”
Chiamparino: “Un errore correre soli. Serve una nuova politica di alleanze”
MAURIZIO TROPEANO
TORINO

La sconfitta elettorale c’è stata, e anche pesante. Sconfitta elettorale che ha
abbattuto alcuni piani della casa del Pd ma «non sconfitta politica perché il
risultato non è tale da mettere in discussione le fondamenta del progetto del
partito. Dario Franceschini ha il merito di aver ottenuto il risultato e per questo
non credo che debba chiamarsi fuori dalla corsa alla segreteria». Parola di Sergio
Chiamparino, sindaco di Torino, che prima di proseguire nelle sue riflessioni
sgombra il campo da ogni ipotesi di candidarsi alla segreteria nazionale: «Continuo
a fare il sindaco e se i numeri non cambieranno molto mi piacerebbe essere
riconfermato alla guida dell’Associazione nazionale dei comuni». Che fare, allora?
Mandare in soffitta la «necessità di fare un partito del Nord anche se resta
centrale costruire un’organizzazione territoriale in grado di avere una forte
capacità di autonomia». Adesso diventa prioritario il «tema delle alleanze» perché
al di là di «quello che può dire Casini il voto rappresenta la sconfitta di
qualsiasi ipotesi di centro politico autonomo».
Sindaco, il Pd becca una batosta mentre l’Udc cresce: mi spiega perché parla di una
sconfitta di Casini?
«Perché il voto consegna due poli che sostanzialmente mantengono la loro forza con
un travaso di voti dai partiti maggiori - e da questo punto di vista dobbiamo
sottolineare che chi ha perso davvero è Berlusconi che non ha fatto sfracelli -
verso Lega e Italia dei valori. Il Pd deve essere in grado di mettere in campo una
proposta politica che sappia costruire un’alleanza tra il centro, il centro-sinistra
e la sinistra che accetta la sfida del governo».
Insomma, dopo tante critiche i Democratici ripartono da Romano Prodi?
«Non certo dall’Unione ma credo che non sia un delitto l’ipotesi di ripartire
dall’idea ulivista e cioè dalla necessità di trovare un punto d’incontro comune, il
riformismo e l’alternativa di governo, tra quanti sono all’opposizione di
Berlusconi. Anche perché facendo le somme dei voti si può scoprire che, rispetto ad
un anno fa, le distanze tra le due coalizioni, senza Rifondazione, sono rimaste
immutate se non addirittura accorciate».
Ma così il Pd non rinuncia ad essere un partito a vocazione maggioritaria?
«Ma questo non vuol dire un partito che corre da solo. Le elezioni europee
confermano che l’Italia è un paese bipolare e non bipartitico per questo è
necessario andare a votare al referendum elettorale e votare Sì. In caso di vittoria
il Parlamento potrebbe approvare una nuova legge elettorale più vicina a questo
schema».
Perché costruire il Pd del Nord non è più una priorità politica?
«Perché c’è un dato negativo nazionale. Andiamo male al Nord e al Sud. Ci sono le
fondamenta del partito ma dobbiamo tornare a parlare alle persone normali ai ceti
popolari, quelli che hanno paura del futuro e che hanno dato la vittoria al
populismo. E possiamo farlo solo se evitiamo di fare un congresso dove ci diamo
battaglia sulla nostra identità
Che cosa vuol dire celebrare un congresso non identitario?
«Che non dobbiamo stare a interrogarci se il Pd è un partito che deve guardare al
centro o alla sinistra o in quale gruppo collocarsi. Non mi appassiona discutere se
siamo o no parte della socialdemocrazia anche perché siamo già in quel campo
politico e soprattutto perché non mi sembra che da lì non sia venuta una grande
spinta propulsiva. Forse l’unico tema identitario su cui dovremo decidere è quello
della laicità. Questo è un nodo che deve essere sciolto. Non è più possibile
rinviarlo».

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