2009 06 10 Un dittatore a Roma. L'amico Silvio e il compagno Massimo accolgono "fratello Muammar"
Le iniziative radicali sulla visita a Roma del colonnello Muammar Gheddafi, dittatore della Libia e Presidente dell'Unione Africana. In breve: la visita di Gheddafi mostra tutta la grana della politica estera, italiana e se ce n'è una -- non c'è -- europea. Il governo? Ben contento di rischiare, e di provocare l'incidente diplomatico, che rafforzerà la sua propaganda. Opposizione? Formalmente il PD si sfila, lascia il campo libero alle "estreme", in realtà è ben contento anche lui di partecipare al festino col dittatore, che a suo tempo da lui stesso preparato. Parlerà al Senato il dittatore che, giunto alla Presidenza dell'Unione Africana, dichiarò, "Adesso il Re sono io". Gheddafi a capo del paese che ha ottenuto anche la presidenza della Commissione sui diritti umani alle Nazioni Unite a Ginevra, per i servigi resi a Bush, di cui fu il non tanto occulto alleato quando si tratto' d'impedire l'esilio di Saddam Hussein, spianando la via alla guerra in Iraq. Gheddafi che oltre agli emigranti verso l'Italia respinge nelle mani di Al Bashir i rifugiati del Darfur. Il dittatore per cui la Corte penale internazionale dell'Aja è "il più grande organo del terrorismo mondiale". Insomma, un benvenuto in Italia, per l'amico Silvio e per il compagno Massimo. "Fratello Muammar", lo ha definito il TG1 della RAI in un servizio, servizio quanto mai "non pubblico", infatti non una parola è stata detta per informare sulle iniziative di chi al dittatore si oppone. La cronaca...
Muammar Gheddafi è atterrato a Ciampino alle 12 per la sua prima visita ufficiale in Italia, in uniforme nera con appuntata la fotografia del «leone del deserto» Omar al-Mukhtar, eroe della resistenza anti-italiana catturato e impiccato dai fascisti nel 1931, attorniato dalla sua guardia personale delle “amazzoni” libiche, nella tradizionale divisa con il basco rosso. 300 persone al seguito. Incontro con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nello Studio alla Vetrata del Quirinale, iniziato con oltre mezz'ora di ritardo rispetto al programma.
Nel pomeriggio colloquio con Berlusconi e conferenza stampa. Domani mattinata all'Università e poi a con Napolitano. Sabato Gheddafi resterà a Roma per una serie di incontri nella tenda a Villa Pamphili. Ma a parte il sindaco Alemanno, sono in molti a non volere Gheddafi a Roma, a rifiutare di incontrarlo e a prepararsi a scendere in piazza per dirlo forte.
Amnesty International e Fortress Europe a Piazza Farnese: «Io non respingo»
Amnesty International ha chiesto all'Italia di porre fine alla «cooperazione poco trasparente e priva di garanzie in materia di diritti umani, che ha sinora contraddistinto le relazioni tra Italia e Libia»; in particolare, il Trattato di “Amicizia, partenariato e cooperazione”, preparato dal governo Prodi e firmato a Tripoli nell'agosto 2008 da Berlusconi, e dal leader libico, poi ratificato dal parlamento italiano a febbraio 2009. «Questo trattato -sottolinea Amnesty- non dedica spazio alla tutela concreta dei diritti umani». Amnesty ricorda che 500 migranti e richiedenti asilo sono stati «ricondotti forzatamente in Libia a prescindere da qualsiasi valutazione del loro bisogno di protezione internazionale». La Libia, denuncia Amnesty, non ha un sistema d'asilo funzionante e le stesse autorità libiche hanno proclamato di non volere aderire alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. L'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) può operare a Tripoli, ma la Libia rifiuta di firmare accordi che ne riconoscano formalmente la presenza. In Piazza Farnese dalle ore 18, manifestazione «Io non respingo», contro i respingimenti forzati, organizzata da Fortress Europe (osservatorio sulle vittime dell'immigrazione). Annunciata la presenza di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Andrea Pandolfo, Monserrat, Igiaba Scego. Fortress Europe mostrerà al pubblico le foto scattate nei campi libici. 55 eventi in 35 città italiane.
Human Rights Watch condanna “l'amicizia” tra Italia e Libia
Human Rights Watch: la visita del Colonnello Gheddafi in Italia «celebra un accordo sporco». «Tra il premier Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi - si legge in una nota diffusa negli Stati Uniti - non c'è vera amicizia, ma uno sporco accordo grazie al quale l'Italia può rispedire in Libia gli emigranti e chi cerca asilo, venendo così meno ai propri impegni». Il governo Berlusconi ha assicurato alla Libia investimenti di 200 milioni di dollari l'anno per i prossimi 25 anni per infrastrutture nel Paese. La Libia non aderisce alla Convenzione sui rifugiati dell'Onu e non ha regole per il diritto d'asilo/ al contrario, ha il primato degli abusi e dei maltrattamenti ai danni degli emigranti. Per tutte queste ragioni, scrive Human Rights Watch, «non può essere considerato seriamente un partner in nessun accordo che sostenga di proteggere i rifugiati».
I Radicali contro l'intervento in Senato
Al Senato forte protesta dei Radicali contgro la decisione di far parlare il dittatore libico nell'Aula. «Approfittando dell'assenza di Emma Bonino in missione nella Repubblica Democratica del Congo e con la sola opposizione dell'Idv», scrivono in una nota i senatori Radicali nel gruppo del Pd, Donatella Poretti e Marco Perduca, «la conferenza dei capigruppo ha rovesciato quanto era emerso due settimane fa alla notizia della possibilità che il colonnello Gheddafi prendesse la parola in aula e cioè il passaggio alla Camera nella Sala della Lupa. La nostra opposizione a riservare a Gheddafi quanto a oggi riconosciuto solo a Re Juan Carlos e Kofi Annan resta ferma, in Senato abbiamo chiesto assieme a molti colleghi e al senatore Divina della Lega Nord che se ne discuta in aula e si voti se sospendere i lavori per far parlare un dittatore». Contro Gheddafi anche il senatore Pedica, Italia dei Valori: «Invitare in Senato Gheddafi è peggio che invitare Totò Rina». «Se il Premier e i suoi vogliono evitare imbarazzi - continua Pedica - gli consiglio vivamente di retrocedere rispetto all'annuncio della visita del dittatore Gheddafi prevista per giovedì in Senato. Noi non rimarremo certo in Aula a rendergli onore, ce lo chiede il Paese e ce lo chiedono tutti i cittadini che vedono ormai minata la democrazia nel nostro Paese. Quest'ultima notizia - conclude Pedica - è la conferma chiara e netta che l'intento del premier è quello di importare in Italia una “democrazia” libica».
La protesta dell'Onda a La Sapienza
«L'Onda respinge Gheddafi». Gli studenti della «Sapienza in Onda» rivolgono un appello «a migranti e realtà sociali cittadine» per contestare la visita del leader libico all'università La Sapienza di giovedì prossimo. Alle 10.30, nella città universitaria della Sapienza, l'Onda ha dato appuntamento per «l'apparizione di San Papier, protettore dei migranti della Terra». L'Onda «si vuole opporre in primo luogo all'articolo 19 del trattato stipulato tra Italia e Libia, che mette sullo stesso piano la lotta al terrorismo, la lotta al traffico di sostanze stupefacenti e l'immigrazione clandestina». «Su quali argomenti, a che proposito e per quale motivo sia stato invitato non ci è dato saperlo». «Già vediamo il rettore Frati - hanno aggiunto - stendere il tappeto rosso a colui che fino a poco tempo fa era ritenuto uno dei più sanguinari dittatori».
"Gheddafi no camping"
«No camping. Gheddafi, la tenda piantala a casa tua». Piazza della Stazione dei quattro venti, a Roma nel quartiere Monteverde. Il collettivo giovanile “Black Out” ha tenuto un presidio contro la visita del leader libico Gheddafi. «Riteniamo inaccettabile che un bene pubblico come Villa Pamphili venga espropriato “manu militari” per allestire un parco gioco per potenti, con tanto di amazzoni e corbellerie varie. Un'ulteriore dimostrazione pacchiana dell'arroganza dei governanti, con il paradosso di accogliere con tutti gli onori un dittatore e ricacciare i poveri disperati».
La comunità ebraica contro Gheddafi
Il presidente della Comunità ebraica romana (Cer) Riccardo Pacifici chiede, «Ma il colonnello Gheddafi vuol veramente incontrare gli ebrei romani di origine libica, oppure no?». I libici avrebbero infatti messo in agenda l'incontro con la Comunità ebraica per sabato prossimo alle ore 10.00, in pieno riposo sabbatico. Shalom Tesciubà, vicepresidente della Comunità e responsabile della folta comunità degli ebrei romani di origine libica, che avrebbe dovuto guidare la delegazione, aveva detto nei giorni scorsi che un incontro di sabato sarebbe stato impossibile. «Guardiamo con grande attenzione e rispetto a questo incontro, ma non vorrei - ha spiegato Pacifici - che sia una scelta deliberata tesa ad umiliare gli interlocutori. Tra l'altro voglio ricordare che Tesciubà è addetto alla sinagoga di Via Padova». La Comunità ebraica non puo' dimenticare l'attentato del 1982 alla Sinagoga di Roma, l'uccisione del bambino Stefano Gay Tachè e il ferimento di numerose persone, tra cui lo stesso padre di Pacifici. «Pongo una domanda che mi auguro vorranno avanzare anche le autorità italiane: che fine ha fatto il terrorista Al Zomar, implicato in quell'attentato, e che, arrestato in Grecia, fu consegnato libero ai libici invece che all'Italia dove era ricercato per un condanna in contumacia all'ergastolo nel 1988? Chi erano gli altri del commando e chi i complici in Italia di quell'attentato? Ha intenzione di riconsegnarlo all'Italia nella comune battaglia contro il terrorismo?».
Migliaia di donne dicono “no”
Gheddafi ha in programma anche un incontro con circa 700 donne, rappresentanti del mondo imprenditoriale, politico e culturale italiano. Ma a migliaia reagiscono con una lettera indirizzata allo stesso Gheddafi e per conoscenza ai rappresentati del governo italiano e dell'Unione Europea, proclamando indignazione per le violenze ai danni degli uomini e delle donne presenti in Libia per lavorare o semplicemente per raggiungere l'Europa, perpetrate con la complicità dell'Italia e della Ue: rastrellamenti, deportazioni, stupri, vendita ai trafficanti di esseri umani, campi di concentramento. «Noi non facciamo né vogliamo far parte delle 700 donne che lei ha chiesto di incontrare -- si legge nella lettera --. Siamo donne italiane, di vari paesi europei e africani estremamente preoccupate e scandalizzate per le politiche che il suo paese, con la complicità dell'Italia e dell'Unione Europea, sta attuando nei confronti delle donne e degli uomini di origine africana e non, attualmente presenti in Libia, con l'intenzione di rimanervi per un lavoro o semplicemente di transitarvi per raggiungere l'Europa. siamo a conoscenza dei continui rastrellamenti, delle deportazioni delle e dei migranti attraverso container blindati verso le frontiere sud del suo paese, delle violenze, della “vendita” di uomini e donne ai trafficanti, della complicità della sua polizia nel permettere o nell'impedire il transito delle e dei migranti. Ma soprattutto siamo a conoscenza degli innumerevoli campi di concentramento, a volte di lavoro forzato, alcuni finanziati dall'Italia, in cui donne e uomini subiscono violenze di ogni tipo, per mesi, a volte addirittura per anni, prima di subire la deportazione o di essere rilasciati/e. Alcune di noi quei campi li hanno conosciuti e, giunte in Italia, li hanno testimoniati». «Tra tutte le parole e i racconti che abbiamo fatto in varie occasioni, istituzionali e non, o tra tutte le parole e i racconti che abbiamo ascoltato -- prosegue la lettera del gruppo di donne italiane e africane indirizzata al leader libico -- scegliamo quelli che anche lei, insieme alle 700 donne che incontrerà, potrà leggere o ascoltare».
Testimonianza diretta di Fatawhit, eritrea : «Il trasferimento da una prigione all'altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c'erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l'urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. a Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure. Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. l'unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare».
Testimonianza di Saberen, eritrea: «Una volta stavo cercando di difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500 dollari». Altre storie e testimonianze ...
Il dossier
Radicali italiani
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- Amministrative, Pannella: è stato impedito di votare all'Ucciardone e al Pagliarelli?
- Libia. Perduca: che fine ha fatto il figlio di Gheddafi? Grave violazione della legalità internazionale
| Vitamina C: Quanta ne serve? Secondo Linus Pauling (nella foto a fianco; 1901-1994, Premio Nobel per la Chimica, 1954, Premio Nobel per la Pace, 1963) ne serve un bel po': «Prendete quotidianamente da 6 a 18 g. di vitamina C. Non dimenticatevene neppure un giorno.» [Da "Come vivere più a lungo e sentirsi meglio (Vitamina C)".] Per altre informazioni, leggi: Vitamina C: Quanta ne serve? | |
![]() PERDO&STRAVINCO 1989:la candidatura di Marco Pannella a Commissario CEE: com'è nata, quanto è cresciuta, perché non è stata accolta -- a cura di Gaetano Dentamaro | |





