2009 06 11 Rassegna stampa

"La Repubblica", 2009 06 11, La carovana del colonnello, GUIDO RAMPOLDI; Tutti nel Pd - Perchè ex comunisti, Verdi, Di Pietro e Pannella dovrebbero entrare nel partito, da Il Foglio del 11 giugno 2009, pag. 1, di Giuliano Ferrara; Nel lungo congresso del Pd entra anche il leader libico, da Il Sole 24 Ore del 11 giugno 2009, pag. 8, di Stefano Folli; (Vattimo ovvero "Francia o Spagna purchè se magna!"), Vattimo con i liberali dice: "spero non mi rompano le palle", da Il Foglio del 11 giugno 2009, pag. 3; a vittoria del partito che non c'è, da La Stampa del 11 giugno 2009, pag. 1, di Luca Ricolfi; Emergenza celle: rinvio in autunno, da Economy del 11 giugno 2009, pag. 36/37, di Gianluca Ferraris; Lettera aperta a Gianfranco Fini sulla visita che fa discutere, da Italia Oggi del 11 giugno 2009, pag. 6, di Pierluigi Mantini; Putin e gli altri "amici", da L'Unità del 11 giugno 2009, pag. 9, di Umberto De Giovannangeli; Europa, la fine di un ciclo, da Corriere della Sera del 11 giugno 2009, pag. 1, di Ernesto Galli Della Loggia; Un'occasione di chiarezza, da Corriere della Sera del 11 giugno 2009, pag. 1, di Franco Venturini; Inizia l'era feudale: comanderà la lega delle leghe, da Il Riformista del 11 giugno 2009, pag. 1, di Rino Formica
"La Repubblica", 2009 06 11, La carovana del colonnello
GUIDO RAMPOLDI
Avendo Muammar Gheddafi un forte senso dell´umorismo, siamo sicuri che apprezzerà l´ammirazione spassionata con cui l´Italia lo ha accolto. Il colonnello libico è un dittatore sui generis, non fosse altro perché in patria gode tuttora di un significativo consenso.
Ma da quarant´anni è il capo di un dispotismo, cioè di un regime che è l´antitesi della democrazia parlamentare e dello stato di diritto. E noi, per l´appunto, lo invitiamo a tenere discorso in una sala del Senato e gli conferiamo una laurea honoris causa proprio in Diritto, per iniziativa dell´università di Sassari. Un´altra università versata nelle relazioni pubbliche, la romana Sapienza, accoglierà oggi con egual pompa il noto autore del "Libretto Verde". Nulla gli è stato negato. Ha preteso che Berlusconi dimenticasse il torcicollo e corresse ad aspettarlo in aereoporto: è stato esaudito. Ha voluto attendarsi a Villa Pamphili: gli è stato permesso. Avesse chiesto di entrare a palazzo Chigi in testa ad una carovana di cammelli, gli avremmo risposto: si accomodi, faccia come fosse nel suo caravanserraglio.
Siamo un popolo ospitale, e soprattutto da decenni non siamo capaci di darci una politica energetica che riduca la nostra dipendenza. La circostanza ci obbliga ad essere molto gentili con i nostri massimi fornitori di idrocarburi, i noti campioni di diritti umani Putin e Gheddafi. Ma forse non gentili fino a questo punto.
Si dirà che se a Pechino la Clinton si dimentica di parlare di dissidenti con un regime capace di affondare il dollaro, l´Italia, che non è gli Stati Uniti, non può essere scortese con chi può scombinare la nostra fattura energetica, stracciare lauti contratti in discussione e rifiutare di riprendersi gli immigrati rispediti in Libia in base alla politica dei cosiddetti "respingimenti". Però si dovrà ammettere che tra la scortesia e la piaggeria corrono molte gradazioni. I nostri competitori nel gioco del libico, Francia e Gran Bretagna, non sono meno spregiudicati di noi quando sono in ballo affari e giacimenti. E tuttavia non riusciamo ad immaginare un Gheddafi accolto a Londra o a Parigi nello stesso modo teatrale, adulatorio.
In politica estera le questioni di stile sono questioni di sostanza. Prostrarsi davanti ad un leader controverso come Gheddafi, fosse pure per fare l´interesse dell´Italia, significa rendere un cattivo servizio alla nostra immagine nel mondo, su cui già grava un antico sospetto di inaffidabilità. In altre parole, il prezzo che potrebbe costarci il viaggio del leader libico rischia di essere superiore ai vantaggi che promette. Eppure non era difficile prevedere che Gheddafi sarebbe stato un ospite scomodo. Non perché così gli detti un carattere imprevedibile, ma perché glielo suggerisce la storia.
Gheddafi sbarca a Roma sotto gli occhi del suo popolo, una nazione che fin dai banchi di scuola apprende quanto noi tendiamo a dimenticare: nella prima metà del Novecento l´Italia si macchiò in Libia di massacri ripugnanti. Gheddafi ha costruito il suo consenso proprio sul comprensibile risentimento dei libici. Ha espulso gli italiani con una brutalità sommaria. E come ricordava ieri la foto del combattente antifascista che portava appuntato sulla divisa, si è rappresentato ai suoi connazionali come l´uomo della rivincita sul colonialismo e per estensione sull´Italia. Ma nella realtà Roma è sempre stata il suo vero alleato occidentale, quello che sventava congiure per abbatterlo, che gli salvava la vita.
La coreografia imposta da Gheddafi per il suo viaggio romano è figlia di questa storia paradossale. Un secolo fa le potenze coloniali erano solite invitare i capi africani per stordirli con lo spettacolo della Torre Eiffel o di Buckingham Palace; e quelli se ne tornavano ai loro villaggi con un revolver nuovo e gli occhi abbacinati dalla grandeur imperiale. Gheddafi ribalta lo schema della meraviglia con una iattanza che deve innanzitutto rassicurare il suo popolo. Dev´essere sua la grandiosità, e nostro lo stupore.
La tenda piantata come un´imposizione simbolica, il suo seguito sterminato, le soldatesse della sua scorta, l´anziano figlio dell´eroe impiccato dai fascisti e la foto dello stesso eroe sul suo petto come un francobollo su un pacco postale, tutto questo costruisce una rappresentazione a ruoli invertiti in cui i ministri italiani sembrano non i selvaggi con l´anello al naso, ma certo i coriferi di un´apoteosi gheddafiana.
Tutto questo ha provocato perplessità perfino nel governo; diviso tanto la maggioranza quanto l´opposizione; coagulato un´indignazione trasversale non sempre limpida. E´ perlomeno bizzarro che tra chi contesta la visita di Gheddafi compaiano alcuni tra i più rumorosi bardi di quella "guerra al terrorismo" per la quale dittatori peggiori del libico, avendo fatto professione di fede nell´amministrazione Bush, sono diventati automaticamente "moderati" e "filo-occidentali", nostri amici.
Altrettanto ipocrita è la protesta di chi, a destra come a sinistra, giustamente non vuole atti di umiliazione davanti a Putin e a Gheddafi, ma rifiuta di elaborare una politica energetica che non sia la solita rimasticatura di frasi fatte.
Infine, andrebbe negato il diritto a qualsiasi reazione a chi offrì al forte fondamentalismo libico il pretesto per scatenare i moti di Bengasi. Gli islamisti non insorsero tanto contro il ministro italiano che esibiva in tv una maglietta giudicata offensiva, ma soprattutto contro Gheddafi, "amico degli infedeli" e "nemico dell´islam". Un precedente che doveva essere ben presente al colonnello quando ha disegnato, con mano troppo libera, il suo viaggio romano.
Tutti nel Pd - Perchè ex comunisti, Verdi, Di Pietro e Pannella dovrebbero entrare nel partito, da Il Foglio del 11 giugno 2009, pag. 1, di Giuliano Ferrara
Tutti nel Partito democratico, non c`è altra soluzione. Mi spiego. Il Pd oggi è una coalizione di correnti dell`ex Pci-PdsDs e dell`ex Dc. Questa coalizione fusa in un solo partito si è voluta presentare, a partire dal nome di battesimo, come una soluzione nuova e aperta al futuro, che archivia il passato delle ideologie del Novecento con una forma-partito e un progetto diversi da quelli del socialismo europeo o del popolarismo europeo. Per questo il partito è "democratico" senza aggettivi. Per questo nasce insieme con la leadership eletta nelle primarie, con alcuni compromessi ma primarie vere, aperte ai cittadini (soluzione all`americana). Per questo ha uno statuto congressuale aperto, che non fissa il primato del Comitato centrale e dei "gruppo dirigente" stabile o nomenclatura, ma quello degli iscritti e poi degli elettori. Regole per un grande comitato elettorale in cui a ciascuno è dato di esprimersi, coalizzarsi, negoziare la sua presenza anche organizzata e plurale, per poi - eleggere una leadership con una sua cultura politica e una sua linea. Il Pd pullula già oggi di fondazioni, giornali, lobby, centri di interesse e di organizzazione territoriale, nazionale, sociale, sindacale, insomma è già un vomitatone elettorale di liberi e diversi, anche nei gruppi parlamentari, nella funzione che hanno assunto sindaci e amministratori locali.
D`accordo? Questo dovrebbe essere il Pd, e un poco è il Pd. Invece ciò che emerge all`esterno e viene messo ai voti, dopo la crisi della gestione Veltroni, insufficientemente coraggiosa nell`innovazione, è appunto la coalizione delle vecchie correnti, appesa a risultati elettorali mediocri, destinata a vivacchiare o a logorarsi e dissolversi, dividendosi tra soluzioni socialdemocratiche, soluzioni centriste, vecchie dispute inutili sulla politica delle alleanze. E ad arrivare magari, dopo un lungo minuzioso e noiosissimo giro, a riproporre il centro sinistra con o senza trattino, una specie di ulivismo senza ulivo. Due palle.
A sinistra o comunque a lato del Pd ci sono i due partiti di sinistra radicale con e senza falce e martello, i Verdi, Pannella con la sua malinconica stella gialla e lo sceriffo Di Pietro con il suo castigamatti De Magistris. Secondo me, nessuno di questi soggetti ha una prospettiva in proprio. Di Pietro si è gonfiato di voti, come una rana, ma è già successo ad altri, alle Europee, non deve montarsi la testa. Se tutti entrano senza condizioni nel Pd, con il Pd che li accetta e li invita felice di ritrovare la strada di un`identità competitiva, si combina qualcosa e si dà vita a un soggetto che può gareggiare con il rassemblement di centro destra, guidato da Berlusconi (e Fini e Bossi). Si perfeziona il sistema. Altrimenti la strada sarà lunga, come auspicano Kavafis e Bertinotti in viaggio per Itaca, ma penosamente lunga. Vent`anni fa, a partire dal crollo del Muro di Berlino e dallo scioglimento del Pci, la sinistra radicale ha fatto una scommessa: farcela da soli, farcela a tenere aperta una prospettiva organizzata, seria e dotata di un forte diritto di tribuna parlamentare, nel segno dell`antagonismo anticapitalistice, e poi via via di successive modificazioni dell`asse ideologico (movimentismo, noglobalismo, nonviolenza) compatibili in linea di massima, ma non di fatto, perfino con esperienze di partecipazione al governo. Quella prospettiva identitaria è ora fallita, rifluita in pura testimonianza, non ha una tribuna seria, generale, in cui esprimersi ed esercitare la sua influenza. Quelle idee e quegli interessi conterebbero di più in un contenitore "democratico" e progressista.
Nel lungo congresso del Pd entra anche il leader libico, da Il Sole 24 Ore del 11 giugno 2009, pag. 8, di Stefano Folli
Non c'è dubbio che il congresso del Partito democratico sia già cominciato. Per la precisione ha preso il via la sera di lunedì 8, via via che affluivano i risultati delle elezioni amministrative e si completava la mappa di un drammatico insuccesso nei comuni e nelle province. In quel momento cadevano le illusioni, alimentate fino a poche ore prima da quel 26 per cento alle europee, giudicato «non così male» in uno slancio autoconsolatorio. Cadevano le illusioni e prendeva forma la polemica congressuale. Al punto che il segretario Franceschini, consapevole della situazione, quasi implorava di sospendere le ostilità fino ai ballottaggi del 21 giugno.
Non è stato accantonato, a giudicare dai mormorii che corrono nei palazzi romani e dalle riflessioni che D'Alema ha lasciato filtrare su «Repubblica». Tuttavia nessuno poteva immaginare che anche la visita del colonnello Gheddafi sarebbe entrata con fragore nel congresso anticipato del Pd. È quello che è accaduto, tra lo stupore generale, nel momento in cui il partito è riuscito a dividersi sull'opportunità di dare la parola in aula, al Senato, al dittatore libico. L'aspetto sorprendente è che non si aveva notizia in precedenza di una particolare ostilità del Pd nei confronti del governo di Tripoli. Al contrario, D'Alema, quando era ministro degli Esteri, vantava le ottime relazioni con il colonnello. Senza subire per questo contestazioni politiche. E lo stesso Fassino, poco tempo fa, ricordava che gli accordi con la Libia sui cosiddetti «respingimenti» dei clandestini erano frutto del buon lavoro fatto dai governi di centrosinistra, in anticipo su Berlusconi e Maroni.
Ieri, l'esplosione. Una parte consistente del Pd considera inaccettabile che Gheddafi, negatore dei diritti umani, parli davanti ai senatori. Tesi legittima, che peraltro è nella scia della posizione espressa dai radicali, dall'Italia dei valori e anche dall'Udc. Ma ci si è arrivati quasi per caso, offrendo un'immagine di straordinaria confusione. E con una spaccatura senza precedenti. Alla fine la riunione dei capigruppo ha negato l'aula al leader libico che dovrà parlare in sala Zuccari: tanto è bastato a sconfessare il vicecapogruppo, il dalemiano La Torre, che aveva votato a favore dell'incontro in aula con l'ospite libico. D'Alema a sua volta è stato lasciato pressoché solo, insieme a Franco Marini: entrambi avrebbero voluto essere in aula ad ascoltare Gheddafi, mentre la maggioranza del gruppo sarebbe stata assente. Anche Veltroni è uscito dal consueto riserbo per dar ragione al gruppo e torto di fatto al suo vecchio rivale. Quasi con le stesse parole di Franceschini.
Difficile non avvertire in questa frattura verticale l'eco di un'incomprensione profonda che lacera il partito e va molto al di là del caso Gheddafi. Si capisce che il lungo congresso si svolgerà sui giornali e negli spazi pubblici senza esclusione di colpi. Un pezzo del gruppo dirigente armato contro l'altro. Potrebbe rivelarsi un processo persino più aspro e doloroso di quanto fosse lecito immaginare fino a oggi. E non è escluso che a buttare benzina sul fuoco sia stata l'intenzione manifestata da D'Alema di tornare a giocare un ruolo diretto nella scelta del nuovo vertice. Senza nemmeno escludere, tra le righe, l'ipotesi di candidarsi in prima persona alla leadership. Tanto è bastato per provocare un contraccolpo che la dice lunga sullo stato di nervosismo e di frustrazione in cui si trova il partito. Manca un filo conduttore e si rischia il tutti contro tutti di qui all'assemblea di ottobre. Ma è dubbio che il Pd possa reggere un simile, prolungato "stress".
(Vattimo ovvero "Francia o Spagna purchè se magna!"), Vattimo con i liberali dice: "spero non mi rompano le palle", da Il Foglio del 11 giugno 2009, pag. 3
Che c`azzecca Gianni Vattimo con i liberali al Parlamento europeo? Il filosofo del "pensiero debole" è uno dei sette deputati che Antonio Di Pietro ha inviato a Strasburgo, dove l`Idv siede in mezzo agli apologeti di Adam Smith, John Stuart Mill e Milton Friedman. "Io resto comunista!", aveva detto Vattimo a marzo, annunciando che sarebbe salito sul taxi dipietrista per tornare a Strasburgo: il completamento di una carriera politica di cattolico omosessuale, iniziata nel Partito radicale, nei Ds, nell`Ulivo, nei Comunisti italiani, prima di approdare tra i giustizialisti di Di Pietro. "Spero che siano abbastanza liberali da non rompermi le palle", dice al Foglio Vattimo, confermando il suo ingresso "molto alla leggera" nei liberali europei.
Ma come la mettiamo con la filosofia? Nel 2004 si inventò un "Marx indebolito" per giustificare il passaggio dai Ds ai comunisti, gli unici disposti a offrirgli un posto in lista. Oggi come allora il pensiero filosofico evolve: "La mia è una vera posizione liberale", spiega Vattimo. "La società non può essere ridotta ad armonia" in modo artificiale come vorrebbe il marxismo: la società "è una continua serie di conflitti" e, come dicono i liberali, l`armonia sta "nella soluzione dei conflitti". Detto questo, "la visione marxiana della storia, se togli l`assolutismo dello scientismo, è un progetto di emancipazione ancora valido".
Di Pietro non ha mai azzeccato le candidature all`Europarlamento. Nel 2004 si fece accompagnare nei liberali da Giulietta Chiesa, che poi preferì migrare tra i vecchi compagni dell`internazionale socialista. Nel 2009 doveva schierare "solo persone competenti e che parlano le lingue", aveva annunciato Di Pietro in marzo. Filosofo del pensiero debole a parte, l`unico degli eletti che ha una solida esperienza europea è Niccolò Rinaldi, ex segretario generale aggiunto del gruppo liberale a Strasburgo. Un "signor nessuno" senza "pacchetti di tessere né voti", che ha accolto "un invito inaspettato", come lo stesso Rinaldi spiega sul suo sito Internet. Salvo lasciar intendere, in un convegno di radicali a Bruxelles a maggio, che sarà la quinta colonna di Marco Pannella a Strasburgo: "Sarò fiero di aiutare tutte le battaglie radicali, che al Parlamento europeo devono continuare a trovare voce". L`ex magistrato Luigi De Magistris, invece, non soltanto si confronterà con Clemente Mastella, ma dovrà interrogarsi sul suo compagno di banco Pino Arlacchi, finito sotto inchiesta all`Onu, di cui era vicesegretario generale, per aver tenta- to - tra l`altro - di finanziare il giro del mondo di un amico velista con la scusa di promuovere la lotta alla droga.
Vattimo, De Magistris e Arlacchi rischiano pure di dare il loro voto ai candidati del Cav. alla presidenza della Commissione e dell`Europarlamento. Graham Watson, il presidente dei liberali europei, ha confermato che il suo gruppo "sosterrà" la conferma di José Manuel Barroso alla testa dell`esecutivo comunitario, come chiesto dall`Italia, e ha proposto al Partito popolare europeo, grande vincitore delle elezioni, "un`alleanza ideologica" per formare una "maggioranza politica" nella prossima legislatura. Le chance del ciellino Mario Mauro di diventare presidente del Parlamento, in calo dopo che il Pdl ha mancato l`obiettivo di diventare la prima delegazione nazionale nel Ppe, possono essere rilanciate attraverso un ticket con Watson per guidare l`Assemblea di Strasburgo. Forse i dipietristi saranno pure costretti a sostenere Roberto Formigoni. Ieri, il presidente della regione Lombardia ha incontrato il Cav. a Palazzo Grazioli. Dopo il successo alle europee, la Lega nord rivendica la guida di alcune regioni del nord e, viste le storiche ambizioni di Formigoni di ricoprire l`incarico di commissario europeo, la Lombardia più del Veneto potrebbe aiutare la quadratura del cerchio del Cav.
La vittoria del partito che non c'è, da La Stampa del 11 giugno 2009, pag. 1, di Luca Ricolfi
Che cosa sia successo alle Europee è piuttosto chiaro: il Pdl e il Pd sono andati male entrambi, ma mentre il Pdl è arretrato solo rispetto alle politiche del 2008 (mentre ha guadagnato qualcosa rispetto alle Europee del 2004, e sta vincendo le amministrative), il Pd è franato sia rispetto alle politiche dell’anno scorso, sia rispetto alle precedenti Europee (-5%). In compenso l’alleato principale del Pd (l’Italia dei valori di Di Pietro) è cresciuto di più dell’alleato principale del Pdl (la Lega di Bossi). E’ come se si fossero intrecciati due match: uno scontro Berlusconi-Franceschini vinto nettamente da Berlusconi, e uno scontro Bossi-Di Pietro vinto da Di Pietro.
Se sommiamo i risultati dei protagonisti principali, infine, il verdetto diventa più nitido: fatta 100 la forza dei tre principali partiti di centro-destra (Forza Italia, An, Lega), la coalizione rivale formata dal Pd, dai radicali e dall’Italia dei valori valeva 95 nel 2004, valeva 82 nel 2008 e vale 80 oggi. Il ritmo di caduta medio del consenso è del 3,3% all’anno, il che - tradotto in voti - significa che i partiti di centro-sinistra che si candidano a governare l’Italia perdono circa 400 mila elettori all’anno, quasi 1000 voti al giorno.
Fin qui la parte immediatamente visibile del voto di domenica. C’è anche una parte nascosta, tuttavia, e forse è la più interessante. Per riconoscerla dobbiamo dimenticare le percentuali di voti validi, su cui si appuntano tutti i commenti, e concentrarci sul corpo elettorale, formato da circa 50 milioni di elettori. Ebbene, se ragioniamo su questa base possiamo notare alcuni fatti.
Il primo è che, nonostante i tentativi di rendere bipartitico il sistema elettorale, Pd e Pdl attirano al più 1 elettore su 2 (per l’esattezza il 54,7% del corpo elettorale nel 2008, e il 38,2% oggi). In concreto questo vuol dire che alle ultime Europee poco più di 1 elettore su 3 si è scomodato per andare a votare uno dei due partitoni, Pdl e Pd, che ambiscono a contendersi il governo del Paese. Per rendersi conto di quanto poco il sistema stia evolvendo in senso bipartitico basti pensare che 5 anni fa, quando ancora non era nato il Pdl e Forza Italia correva ancora da sola, le due liste principali messe insieme - ossia Forza Italia stessa e Uniti nell’Ulivo - raccoglievano già allora il 35% del corpo elettorale: insomma, nonostante la nascita del Pdl, il bipartitismo non è decollato, perché la fusione fra An e Forza Italia è stata cancellata dall’implosione del Pd.
La creazione dei due super-partiti Pd e Pdl, in compenso, ha avuto un interessante effetto anestetico, o di occultamento. Grazie alla confluenza di An e Margherita nei due partiti maggiori, ossia in Forza Italia e nei Ds, oggi è difficile accorgersi di quanto il consenso verso i due partiti leader sia sceso in basso. Ho provato a stimare quanto avrebbero raccolto Forza Italia e Ds se non si fossero presentati con le stampelle di An e Margherita, e il risultato è drammatico. Forza Italia raccoglierebbe il 22-23% dei voti validi, i Ds il 14-15%: in breve, Forza Italia starebbe appena al di sopra del suo minimo storico (il 21,1% della «discesa in campo», 1994), mentre i Ds starebbero addirittura al di sotto dei due minimi storici toccati nel 1992, ai tempi di Occhetto (16,1%), e nel 2001, ai tempi di Veltroni (l6,6%). Se oggi Berlusconi e Franceschini possono arrampicarsi sugli specchi, minimizzando la severità del verdetto elettorale, è anche perché nessun segnale univoco li avverte che le due ammiraglie storiche della seconda Repubblica - Forza Italia e Ds - si sono incagliate nelle secche.
Ma nelle secche di che cosa?
Nelle secche del nostro scontento, è ovvio. E qui sta l’ultimo dato invisibile delle elezioni Europee. In queste elezioni il primo partito non è stato il Pd, non è stato il Pdl, ma è stato il partito che non c’è, il partito che potremmo definire del «non voto volontario». Un partito certo eterogeneo, fatto di persone deluse, arrabbiate, stanche, ma tutte accomunate dal fatto che hanno scelto di non votare un partito vero e proprio. Persone che non sono andate a votare non perché non potevano, ma perché non volevano. Una stima molto prudente del loro numero, basata su un classico lavoro di Mannheimer e Sani (Il mercato elettorale, Il Mulino 1987), che giustamente ci ricordano che fra gli astenuti ci sono anziani e persone che materialmente non possono recarsi alle urne, suggerisce che il «non voto per scelta» possa coinvolgere oggi circa il 30% del corpo elettorale, ossia 15 milioni di persone: un numero mai così alto nella storia repubblicana, e che nessun partito, nemmeno la Dc di De Gasperi nel 1948, nemmeno il Pci nel 1984 (dopo i funerali di Berlinguer), nemmeno Forza Italia nel 2001 (ai tempi del «Contratto con gli italiani»), è stato finora in grado di raggiungere.
Adesso mi aspetto che i colleghi politologi mi spieghino che quella che è nata non è una nuova stella del firmamento politico, che il non voto è fisiologico in tutte le democrazie più moderne (Usa, Regno Unito, Svezia), che il partito del non voto non è un vero partito, perché ha dentro di sé troppe anime: ci sono gli ostili e i lontani, il disgusto e l’indignazione, la passione e l’apatia, l’opzione voice (protesta) e l’opzione exit (defezione), per usare le fortunate categorie di Albert Hirschman. Tutto giusto, ma il punto è un altro. Nel nostro sistema politico c’è chi pensa di avere un consenso popolare così ampio da esimerlo in qualche modo dal dovere del confronto con il Parlamento, con le forze sociali, con la macchina della giustizia. Ebbene, i dati ci dicono che - su 100 italiani - 22 hanno votato Pdl, circa 14 avrebbero votato Forza Italia se si fosse presentata da sola, e meno di 6 (sei) hanno espresso un voto di preferenza per Berlusconi. Fino a ieri si poteva (forse) obiettare che gli italiani che hanno votato per l’opposizione sono ancora di meno. Da oggi, mi pare, chiunque vorrà autoattribuirsi un mandato popolare dovrà fare i conti con le crude cifre del partito che non c’è.
Emergenza celle: rinvio in autunno, da Economy del 11 giugno 2009, pag. 36/37, di Gianluca Ferraris
L`emergenza prigioni c`è, e non certo da oggi. Ma adesso c`è anche un piano per contrastarla: lungo e articolato, è stato licenziato dal Dap (il Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia) il 27 aprile scorso. Manca solo una cosa: i soldi. O almeno ne manca una buona parte e intanto le 300 carceri italiane sono di nuovo vicine al collasso da sovraffollamento. L`ultimo campanello d`allarme l`hanno suonato il 4 giugno i sindacati di categoria Osapp, Sappe, Sinappe, Fns, Siappe e Uspp, che rappresentano i 45 mila baschi blu della Polizia penitenziaria.
«Gli istituti di pena rischiano l`implosione» scrivono i rappresentanti sindacali in una lettera inviata al ministro Angelino Alfano e al responsabile del Dap Franco Ionta «perché le condizioni attuali di strutture e organici non possono reggere altri nuovi ingressi». Dichiarazione profetica, visto che il giorno successivo, venerdì 5 giugno, il numero dei detenuti italiani ha raggiunto le 62.044 unità, quasi 20 mila in più della capienza regolamentare dei nostri istituti (43.201) e a un passo dalla soglia delle 62.700 presenze, definite «tollerabili in condizioni di emergenza».
Cifra che nella storia repubblicana è stata raggiunta solo nel luglio 2006, quando l`indulto straordinario liberò 26 mila persone. Il programma dei governo, annunciato a inizio della legislatura e sfociato nel piano Dap del 27 aprile, punta ad ampliare la capienza degli istituti di pena, creando 17.129 nuovi posti nell`arco di quattro anni: circa un migliaio, per tamponare le situazioni più critiche, dovrebbero essere recuperati già entro settembre grazie a delle «opere di razionalizzazione degli spazi a costo zero», mentre per gli altri 16.381 l`organismo diretto dall`ex pm romano antiterrorismo Franco lonta ha individuato tre linee d`intervento per una spesa complessiva di più di un miliardo e mezzo di euro. Il primo lotto di celle (4.605 posti ottenuti da ampliamenti di istituti già esistenti o da nuove ministrutture), che dovrebbe essere pronto per l`inizio dei 2010, costerà 205,7 milioni.
A oggi si tratta dell`unica tranche già interamente disponibile: la somma, infatti, è stata stanziata dal governo all`interno del Piano grandi opere dello scorso marzo, dopo che a fine 2008 lo stesso Dap ne aveva fatto notare la mancanza, a fronte di interventi invece già programmati o addirittura iniziati. «In realtà, anche su questi fondi mancano ancora le certezze» attacca Donatella Poretti, senatrice del Partito democratico in quota ai Radicali, che sull`argomento ha rivolto al ministro una serie di interrogazioni parlamentari.
«Una parte degli stanziamenti previsti per le grandi opere» dice Poretti a Economy «è stata stornata per far fronte all`emergenza sisma. Ma, visto che l`esame del decreto Abruzzo non è ancora concluso, non conosciamo tutte le voci dalle quali si attingerà. Non vorremmo che ancora una volta si penalizzasse l`edilizia carceraria».
EFFETTI DI LUNGO PERIODO.
Interpellata da Economy, tuttavia, una fonte ministeriale ha confermato la disponibilità della cifra. «E non dimentichiamo» hanno aggiunto i rappresentanti del ministero incontrando i dipendenti militari e civili il 6 giugno «che questo è il piano carcerario più ambizioso dagli anni Ottanta a oggi e che gli effetti si vedranno nel medio e lungo periodo, ma saranno tali da sanare decenni di mancata programmazione».
Mancata programmazione che anche la Corte dei conti ha sempre indicato come uno dei mali endemici del sistema penitenziario. Infatti già nel dicembre 2005, alla vigilia dell`indulto, i magistrati contabili avevano rilevato come una delle cause principali dell`emergenza perpetua fosse costituita «dall`eccessiva mutevolezza delle scelte programmatiche e dalla precarietà nelle assegnazioni di fondi».
Il problema, secondo la Corte, riguardava la quasi totalità delle somme messe a disposizione dallo Stato dal 1966 ad allora. Complessivamente, si trattava di oltre 3,15 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti due stanziamenti successivi alla rilevazione: 58,6 milioni nel 2005 e 70 nel triennio 2007-2009. In totale, fanno quasi senza contare le correnti che rendono le nostre prigioni le più «dorate» del mondo: il costo giornaliero di ogni detenuto sfiora infatti i 400 euro, contro i 170 della media europea. Tornando al piano carceri, altri 6.201 posti verranno ricavati entro la prima metà del 2011: per questo lotto sono stati già individuati (ma non ancora interamente stanziati) 400 milioni. Gli ultimi 6.323 posti, pronti a fine 2012, arriveranno da altre ristrutturazioni e inaugurazioni. A conti fatti, dunque, quasi la metà dei lavori programmati non ha ancora una copertura finanziaria, ma in proporzione i soldi che mancano all`appello sono molti di più: 980 milioni su un totale di 1,5 miliardi.
Il ministro Alfano si è comunque impegnato a reperire - eventualmente attingendo anche al budget straordinario o alla Banca europea per gli investimenti - tutti i fondi necessari al completamento del piano triennale. «Nel frattempo» fanno sapere da via Arenula «sarà rivisto anche il piano di spese correnti». L`obiettivo, in questo caso, è quello di reperire risorse aggiuntive per fare fronte al rincaro delle opere di adeguamento nelle strutture più vecchie (come Milano San Vittore, Torino, Pinerolo, Reggio Emilia, Savona e Napoli) e, soprattutto, rimpolpare il personale di servizio. Altrimenti, quando la capienza carceraria risulterà ampliata, mancherebbero i secondini per sorvegliare le celle. «Servono almeno 5 mila guardie» ricorda Poretti «ma il turnover è inesistente e mancano anche i fondi per i trasferimenti dei detenuti. Per non parlare dei tagli al personale civile».
Va detto che su entrambi i fronti i rappresentanti del personale hanno ricevuto, il 6 giugno, rassicurazioni dai vertici del Dap e dal capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, mediatore per conto del governo. In questo scenario suona ancora più bizzarra la conferma dell`esistenza di 50 prigioni vuote e mai utilizzate. Purtroppo, 34 non possono essere più reclamate dal Dap: nel 1975 erano state messe a disposizione delle preture, ma dopo che queste sono state abolite nel 1989 le strutture sono tornate ai Comuni. Così ne restano 16, sia pure solo teoriche. Infine, altri 20 istituti non sono mai entrati in funzione per intoppi burocratici: ma entro dicembre Alfano avvierà i contatti con gli enti locali per inaugurarli.
Lettera aperta a Gianfranco Fini sulla visita che fa discutere, da Italia Oggi del 11 giugno 2009, pag. 6, di Pierluigi Mantini
Caro Presidente,
la visita in Italia del leader libico Gheddafi, rappresenta un evento che merita di essere discusso pubblicamente viste le implicazioni che il rafforzamento e l`approfondimento dei rapporti economici, politici e militari con la Libia sono destinati ad avere sulla politica estera italiana.
Un`analoga visita di Stato di Gheddafi in Francia nel 2007 fu oggetto di un dibattito pubblico molto serio e pensiamo che lo stesso debba avvenire anche in questa occasione. Dopo la ratifica. del "Trattato di Amicizia" con la Libia lo scorso Febbraio, un trattato assai discutibile tanto da essere stato approvato all`interno dell`opposizione parlamentare solo dal Partito Democratico, a differenza di quanto avviene per la quasi totalità dei trattati, il nostro Paese ha assunto un ruolo di leadership all`interno dell`Unione Europea e della Nato nel processo di rafforzamento dei rapporti politici con la Libia. Siamo consapevoli che questo processo non è iniziato pochi mesi fa, che ha visto coinvolto anche il precedente Governo, e che non riguarda esclusivamente il nostro Paese.
A seguito degli attentati dell`11 settembre 2001 e dopo la guerra in Iraq, vicenda questa dove il ruolo diplomatico giocato da Gheddafi all`interno della Lega Araba per boicottare l`ipotesi dell`esilio per Saddam Hussein come alternativa alla guerra meriterà una trattazione separata, il Paese guidato dal Colonnello Gheddafi è stato posto alla guida di importanti istituzioni internazionali, dopo che ha scelto, non in modo spontaneo, di abbandonare i programmi clandestini che aveva sviluppato per la produzione di armi di distruzione di massa: nel 2003 la Libia è stata eletta alla Presidenza della Commissione ONU sui diritti umani, nel 2007 è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell`ONU come membro non permanente e nel 2009, dopo la Presidenza dell`Unione Africana, si appresta ad ottenere anche la Presidenza dell`Assemblea Generale dell`ONU Un`ascesa che davvero non ha precedenti per un Paese che fino a pochi anni fa era sotto sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell`ONU per attività di sostegno al terrorismo internazionale.
Per quel che riguarda poi il nostro Paese, non ignoriamo la rilevanza degli interessi economici che esistono soprattutto in campo energetico con la Libia, come pure le intenzioni, finora solo in parte realizzate, dei cosiddetti fondi sovrani libici, di investire in alcuni degli asset più pregiati della nostra economia, da Unicredit ad Eni, fino alle voci di un possibile ingresso in Enel con l`aumento di capitale. Tuttavia, questi legittimi interessi economici non possono essere l`unico elemento, o quello preponderante, per definire le scelte strategiche della nostra politica estera. La Libia è un paese guidato con il pugno di ferro e senza riforme democratiche da 40 anni, che non ammette il dissenso politico, che pratica la pena di morte, che non garantisce la libertà religiosa e la cui politica estera è spesso guidata da proclami antioccidentali e antisemiti che non possono essere ignorati o sottovalutati: la Libia è anche un paese dove le condizioni di vita dei migranti provenienti da tutto il continente africano, molto spesso in fuga da conflitti o dalla morte per stenti, sono inumane e indegne.
E proprio sul tema del rispetto dei diritti umani e dei respingimenti in Libia dei barconi pieni di migranti diretti in Italia, ci rivolgiamo a Lei, considerata la grande attenzione con cui ha seguito queste vicende, e visto che il nostro Parlamento ne ha discusso a lungo. Se questi respingimenti dovessero continuare nell`assenza della verifica dell`esistenza a bordo di rifugiati o di richiedenti asilo da parte delle nostre autorità, la credibilità del nostro Paese sul tema del rispetto dei diritti umani sarebbe fortemente danneggiata.
L`Italia è ancora un Paese che continua ad essere ricordato a livello internazionale per il ruolo attivo e positivo che ha saputo giocare nella difesa dei diritti umani, in particolare grazie alle campagne per l`istituzione della Corte Penale Internazionale (recentemente definita da Gheddafi come una "nuova forma di terrorismo internazionale") e a quella per la Moratoria universale della pena di morte. Per queste ragioni, ci pare essenziale che con l`occasione della visita di Gheddafi in Italia, e in particolare con il ricevimento presso la Sala della Lupa della Camera previsto per venerdì, lei possa rappresentare, come Presidente della Camera, anche le posizioni di quei parlamentari che hanno espresso gravi preoccupazioni per il mancato rispetto dei diritti umani in Libia e che ritengono che questo Paese non possa essere ancora considerato un partner "strategico" dell`Italia, in assenza di sue significative riforme democratiche. Specificamente, crediamo che siano doverose, da un lato l`esplicita richiesta alla Libia di ratificare la Convenzione ONU sui rifugiati del 1951, unica condizione questa che potrebbe consentire all`UNHCR di operare effettivamente in Libia, e dall`altro quella per l`adozione della Moratoria delle esecuzioni capitali.
Se infatti il nostro è un Paese che sta facendo ampie aperture di credito politico al Colonnello Gheddafi, cui si aggiungono i 5 miliardi di dollari di soldi pubblici per investimenti in Libia, ci pare comunque doveroso che, a questa discutibile scelta, debba quantomeno accompagnarsi quella di rispettare quelle norme internazionali che regolano da decenni la convivenza civile tra i popoli, come quella del diritto d`asilo o che rappresentano un caposaldo dell`Unione Europea, come quella contro la pena di morte, che non possono essere abbandonate e dimenticate in nome di interessi economici pur importanti.
Putin e gli altri "amici", da L'Unità del 11 giugno 2009, pag. 9, di Umberto De Giovannangeli
I diritti umani? Meglio non parlarne. Per non rompere imbarazzanti, ma munifiche, amicizie. Meglio non ricordare i crimini efferati commessi in Cecenia dall`esercito dell`«amico Vladimir». Meglio non irritare il Colosso cinese parlando della sanguinosa repressione condotta contro i monaci tibetani; meglio il silenzio sul sostegno attivo di Pechino ai regimi tirannici del Sudan e della Birmania. Gli appelli dei Nobel, delle associazioni umanitarie per boicottare la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici?
Meglio soprassedere. Anzi no. Meglio ancora recarsi, qualche tempo dopo, in Cina e affermare che le Olimpiadi di Pechino sono state grandiose, straordinarie, superando ogni edizione precedente dei Giochi. Lo smemorato di Palazzo Chigi. Al secolo Silvio Berlusconi. Il Cavaliere che non esita a guardare dall`altra parte quando, in visita a Vladimir Putin in Russia, si trova di fronte alla polizia che malmena l`opposizione rea di rivendicare diritti e libertà. «Stavano intralciando il traffico», tagliò corto, senza arrossire di vergogna, «tavarich Silvio». E la storia si ripete con l`«amico Muhammar». Le denunce delle più autorevoli organizzazioni umanitarie sulla repressione del dissenso in Libia? La vergogna dei centri di detenzione? Tutto scompare tra sorrisi e abbracci. Per una giornata Storica. Che non va guastata con «piccolezze» come il rispetto dei diritti umani. Si volta pagina nei rapporti tra Roma e Tripoli. Bene. Ma i diritti dei senza diritti? Come rientrano nelle pagine nuove che s`intende scrivere nei rapporti tra Italia e Libia? Ed è lecito chiedere perché nel Trattato di cooperazione Italia-Libia non c`è traccia, alcuna traccia, dei diritti umani?
«Gheddafi ci sta aiutando contro gli immigrati clandestini», spiega Umberto Bossi. Leggere i dossier delle organizzazioni umanitarie per capire cosa significhi per una umanità sofferente questo «aiuto». Ma forse è chiedere troppo al Cavaliere smemorato.
Europa, la fine di un ciclo, da Corriere della Sera del 11 giugno 2009, pag. 1, di Ernesto Galli Della Loggia
Negli ultimi anni le classi dirigenti europee hanno usato e abusato di due termini-chiave per giustificare le loro sempre più evidenti difficoltà nella raccolta del consenso: «euroscetticismo» e «populismo». Il significato dei due termini, adoperati spesso insieme, è incerto. Ciò che invece si capisce subito è a che cosa serve il loro uso così insistito: ad assolvere preliminarmente le suddette classi dirigenti da ogni colpa o difetto, nonché ad esimerle da ogni esame spregiudicato della realtà. Dire «euroscetticismo» e «populismo » è come dire il maltempo o una malattia. Ci sono e basta: l’unica cosa certa è che noi non ne abbiamo colpa. Anche per spiegare (si fa per dire) i risultati delle ultime elezioni europee, in specie la rovinosa sconfitta della socialdemocrazia, si invocano adesso di nuovo i malefici effetti dell’ «euroscetticismo» e del «populismo». E’ giunta dunque l’ora di cercare di capire cosa si nasconda davvero dietro queste due parole. In realtà esse alludono, sia pure inconsapevolmente e travisandone grossolanamente il senso, a una drammatica cesura in atto nello scenario storico europeo. Sotto i nostri occhi finisce oggi, infatti, l’epoca apertasi nel 1945. Sono scomparsi o sono in crisi i meccanismi di legittimazione con cui i gruppi dirigenti socialisti e cristiani si affacciarono sulla scena del dopoguerra e costruirono la loro egemonia.
Poniamo mente a qualche dato di fatto: da un lato è cessata la possibilità di lucrare sulla guerra fredda; dall’altro il carattere ormai problematico del rapporto con gli Stati Uniti, insieme al ritorno in gioco delle nazioni della parte orientale del continente, aprono un drammatico interrogativo epocale sul significato e sul futuro geopolitico dell’Europa; dal canto suo il Welfare State è ormai improponibile perlomeno nelle forme sin qui sperimentate, mentre dappertutto le economie europee sono afflitte da gravi problemi di tenuta e di competitività; contemporaneamente, su un altro fronte non meno importante, secolarizzazione e immigrazione vanno interpellando in modo radicale forme e contenuti delle nostre identità collettive. A un tale enorme ammasso di problemi le culture politiche e i gruppi sociali fin qui egemoni in Europa non si sono mostrati in grado di dare la minima risposta. Anzi hanno spesso cercato di negarli. Il loro armamentario intellettuale è apparso desolantemente vuoto, e proprio questa assenza ha reso sempre più evidente la prevalenza nelle classi dirigenti del continente di un carattere progressivamente asfittico, autoreferenziale, e alla fine oligarchico; ha sottolineato la loro perdita di rapporto con la realtà. Ciò riguarda non solo le élites politiche. Riguarda in eguale misura tutte le élites delle società europee (economiche, intellettuali, burocratiche), via via convertite tutte allo stesso modo, nell’azione sociale, a una miscela di mercato e di tassazione, di assistenzialismo e di meritocrazia, senza mai nessuna scelta coraggiosa, innovativa. Così come tutte si sono allo stesso modo accomodate culturalmente in un pensiero unico fatto di cautela, di misurata scaltrezza, di equilibrismi convenzionali, all’insegna di un’ossessiva banalità democratica, di un universalismo culturale che è solo tiepidezza, di un relativismo etico dominato da «ascolti » e «dialoghi».
Ma dietro questo melting pot ideologico delle società europee le opinioni pubbliche non faticano a indovinare sempre più spesso il nulla. Il nulla e l’opportunismo. Questa sensazione di un nulla impastato di opportunismo che ormai di fatto domina l’azione dei partiti e l’intera sfera sociale è ciò che sta producendo un sentimento oscuro ma profondo di disistima e di ribellione, di delegittimazione, verso tutte le élites dominanti in Europa a partire dal ’45. Soprattutto di quelle di sinistra, come è ovvio, dal momento che proprio la sinistra è tradizionalmente ancora considerata da molti, nel nostro universo politico-simbolico, come l’ambito elettivo di personalità, progetti e valori «veri». È proprio questo, invece, che appare sempre più dubbio. Perché infatti un elettore di sinistra dovrebbe dare fiducia alla socialdemocrazia quando vede uno dei suoi più illustri esponenti storici, l’ex cancelliere Schröder, trasformarsi, nel più totale silenzio dei suoi ex compagni, in un danaroso procacciatore d’affari al servizio dello zar di tutte le Russie? E tanto per restare in Germania, perché mai un elettore del vecchio continente non dovrebbe diventare euroscettico vedendo—pure questa volta senza che nessuno abbia nulla da ridire— la signora Merkel preferire che la Opel vada a finire in mani russe (ancora!) e canadesi, anziché in quelle della Fiat?
Un'occasione di chiarezza, da Corriere della Sera del 11 giugno 2009, pag. 1, di Franco Venturini
Evento storico certamente lo è: la prima visita del leader libico nell`ex potenza coloniale, gli ampi passi compiuti dall`Italia nel riconoscere gli orrori , commessi in quel periodo, il trattato italo-libico dello scorso anno, tutto contribuisce a fare della visita di Muammar el Gheddafi uno di quegli episodi che modificano in profondità il rapporto tra due Stati. Eppure una sensazione di disagio permane, e ci sembra giustificata. Per alcuni non trascurabili versi, il nuovo clima di cooperazione e di amicizia instaurato con Gheddafi è nell`interesse dell`Italia. Interesse economico, ovviamente nel settore energetico ma anche a beneficio di altre imprese la cui attività dovrebbe riequilibrare i pesanti impegni finanziari sottoscritti dall`Italia lo scorso anno. Interesse politico, perché il governo Berlusconi ha avuto il merito di finalizzare l`intesa con Tripoli (anche se le prime aperture vennero da Prodi) e conta ora sulla collaborazione libica nella lotta all`immigrazione clandestina nel nostro Paese. Il recente e controverso «respingimento» verso la Libia di un contingente di aspiranti immigrati è stato soltanto la prova generale di una strategia cui il governo intende rimanere fedele, sperando che la selezione delle richieste d`asilo possa avvenire sul suolo libico.
Meccanismo questo, peraltro, tutto da verificare e sul quale l`Italia dovrebbe insistere. Interesse geopolitico, infine, perché in un Mediterraneo sempre pronto ad infiammarsi la stabilità del Nord-Africa è un elemento cruciale. Soprattutto quando questa stabilità, come avviene nel caso di Gheddafi, non viene raggiunta in alleanza con gli islamisti ma piuttosto contro di essi. Non è poco, e a conti fatti tanto i dirigenti italiani quanto il Colonnello di Tripoli sono impegnati in una operazione saggia. A una condizione, però: che l`onere della memoria sia completo e non unilaterale, che ai nostri torti tanto sottolineati (persino dall`immagine dell`eroe della resistenza Omar al Mukhtar, impiccato dagli italiani, che Gheddafi portava ieri sulla divisa) corri- sponda una eguale capacità mnemonica nei confronti dell`ospite. Perché qualcosa, se non si vuole essere ipocriti, va ricordato. Vanno ricordati gli anni nei quali la Libia di Gheddafi era fornitore privilegiato di alcuni movimenti nazional-indipendentisti europei che spesso e volentieri facevano ricorso al terrorismo (l`Eta basco e l`Ira nord-irlandese, per non andar lontano).
Va ricordato che moltissimi italiani furono espulsi dalla Libia nel 1970 e che 16 anni dopo, per rispondere a un proditorio bombardamento Usa a sua volta innescato da un presunto attentato libico a Berlino, Gheddafi non aveva esitato a sparare due missili contro Lampedusa (senza raggiungerla). Va ricordato - ma nella sua regione la Libia non fa davvero eccezione - che quella di Tripoli non è proprio una democrazia. Va ricordato che la Libia ha pagato indennizzi enormi per sbarazzarsi (secondo un metodo davvero singolare) dell`accusa di aver fatto cadere due aerei con centinaia di vittime, il Pan Am di Lockerbie (peraltro al processo la responsabilità libica è stata ampiamente rimessa in discussione) e l`Uta francese caduto nel Sahara. Va ricordato, e siamo a tempi più vicini, che le scelte internazionali della Libia erano cambiate dalla fine degli anni Novanta, ma la svolta vera, tra il 2001 e il 2003, avviene dopo che le intelligence americana e inglese scoprono per puro caso un programma per la costruzione di armi di distruzione di massa, nucleari comprese, con la consulenza dello scienziato pachistano Abdul Qadeer Khan. Da quel momento la Libia si autodenuncia, accetta di rinunciare ai suoi progetti, e passa sotto l`ala dell`Occidente.
A tutti, beninteso, va riconosciuto il diritto di cambiare idee e anche comportamenti. Non vogliamo buttare il peso di una storia pur recente sulle spalle di Gheddafi. Ma visto che gli italiani appaiono propensi a rendergli un omaggio appena scalfito dal mancato intervento nell`aula del Senato mentre il Colonnello non rinuncia a stuzzicarli («sono qui soltanto perché l`Italia si è scusata»), non incontra i nostri connazionali espulsi, e agli ebrei libici allontanati prima della sua ascesa al potere assegna provocatoriamente una udienza di sabato, allora la voglia di riequilibrare le memorie si fa impellente. Forse Gheddafi intende continuare «da amico» in quella doccia scozzese anti-italiana che tanto gli è servita a tenere vivo il consenso nazionalista interno? La visita è una grande occasione di chiarezza. Non soltanto per l`Italia, però.
Inizia l'era feudale: comanderà la lega delle leghe, da Il Riformista del 11 giugno 2009, pag. 1, di Rino Formica
La prima e più eletta vittima di queste elezioni è l`illusione bipartitica. A causa di questa allucinazione è caduto Veltroni e su questo abbaglio sta scivolando Berlusconi. I due grandi partiti hanno perso 7 milioni di voti per correre dietro questo miraggio. E sino a questo punto, nulla di irreparabile, se non fosse che vi è un effetto di trascinamento provocato dal crollo della prospettiva del bipartitismo: il bipolarismo diventa più instabile e vede i due partiti dominanti alla mercé dei partiti irriducibili all`assorbimento o alla irrilevanza (Lega da una parte e Italia dei valori dell`altra). Il bipolarismo è la rappresentazione plastica delle due grandi aree della dialettica democratica: l`area di governo e l`area di opposizione.
Il bipolarismo è il cuore della democrazia dell`alternativa. Questa è la ragione che spinge i due popoli a essere attenti a ciò che avviene nel campo altrui perché vizi e virtù nelle due aree sono in costante rapporto osmotico. I risultati elettorali ci dicono che i due poli sono malati e sono destinati a produrre instabilità politica e sociale. Nell`area di governo la vittoria di Bossi non è solo numerica ma ha un peso specifico che gli consente di partire dalla base forte del potere del Nord, di occupare il governo centrale e di emarginare il tradizionale "partito romano". Berlusconi è il più esposto alle contraddizioni perché è legato fisicamente alla realtà territoriale leghista e perché è anche espressione di quel vezzo romano di non saper distinguere tra cosa pubblica e "roba" privata. Nell`area di opposizione il Pd è un ammasso di antiche rovine coperte dal telone di un teatro tenda dove tutti si esibiscono ma il copione lo scrive Di Pietro e alla cassa vigilano gli emiliani che sentono l`avvicinarsi della tromba d`aria. Quando si dice faremo un congresso vero, si confessa che sinora hanno fatto congressi falsi.
Mi pare che questo sia stato l`unico strillo di verità emesso in questi giorni di triste ripiegamento. A questo punto è nostro dovere dire se giudichiamo superato o meno il punto di non ritorno in un processo di trasformazione del sistema politico italiano. Il vento degli anni 90 ha portato via la forma e la vita dei partiti nazionali, la spina dorsale della democrazia italiana si è frantumata in un insieme di aggregazioni locali. Questo processo indica la fine di un impero e l`inizio del feudalismo politico. Il feudalesimo è una forma di organizzazione sociale primitiva che tende ad arginare le paure diffuse e le insicurezze individuali sotto lo scudo protettivo di un capo. È legato sempre alla crisi di un potere centrale e si fonda sull`abilità di un conte o di un vescovo nel saper tenere il controllo del territorio. È il sistema politico che ci consegna la radiografia delle elezioni del 6-7 giugno. La realtà che abbiamo sotto gli occhi ci mostra un paradosso curioso: i partiti nazionali tradizionali si sono frantumati in realtà feudali territoriali, mentre la Lega, che ha distrutto i partiti nazionali, si presenta come un partito nazionale delle politiche territoriali.
Il federalismo fiscale è stato percepito come una riforma nazionale che restituisce al territorio il potere impositivo e che punisce gli sprechi legati alla spesa storica. Perché la Lega sfonda anche nelle regioni rosse? Perché entra come forza nazionale per far valere le politiche territoriali nei luoghi ove il Pd è arroccato nella tutela dei vecchi schemi della società organica che unificava in un solo corpo le istituzioni, i partiti, i sindacati e l`economia. Il tempo stringe e tra un anno avremo le elezioni regionali in un quadro europeo dominato da un centrodestra interessato a una stabilità sociale post crisi globale. Il centrosinistra pensa di andare alle elezioni senza una politica nazionale delle autonomie territoriali. Le candidature del Pd nel Sud in queste elezioni e lo sconcio della caccia alla preferenza ci dicono che è stato superato ogni limite alla decenza. La storia ci insegna che quando i regimi forti si affermano per via elettorale, vi è sempre una responsabilità delle forze di sinistra. I vecchi partiti nazionali restano prigionieri dei loro schemi come lo furono negli anni 60 quando non capirono che la società si andava liberando dalle camicie di forza delle discipline di partito.
Oggi non hanno compreso che il centro della elaborazione e delle decisioni politiche si è spostato dal centro alla periferia. La Lega anticipò questo processo e ormai lo guida nell`area forte del Paese: il Nord. Un impetuoso effetto imitativo si svilupperà ancora e raggiungerà un punto alto nelle elezioni regionali 2010. In quel giorno la Lega assumerà il ruolo di Lega delle Leghe regionali. Allora le burocrazie del bipartitismo (Pd e Pdl) si accorgeranno che è cominciato un nuovo ciclo politico che richiede uno sbocco nazionale alle politiche territoriali. Oggi la Lega condiziona Berlusconi nel governo locale del Nord e nel governo nazionale, ma non e questa la sua vera vittoria politica. La Lega ha vinto la battaglia iniziata dagli anni 80 contro il "partito romano" e contro le politiche nazionali dei partiti tradizionali. Il problema era reale, la soluzione è irreale: siamo tornati ai feudi e ai feudatari. Qualcuno continuerà a baloccarsi con un rinnovamento da farsi con i visini angelici o diabolici o da realizzarsi con gli espedienti delle consultazioni primarie o referendarie, mentre la Lega avrà in ogni regione piantato l`albero di una libertà territoriale centrifuga. E allora sarà forse la Lega a trasformarsi in forza centripeta perché godrà della fiducia dei feudatari locali. Il tormentone finirà quando sapremo che Berlusconi è andato in pensione e che gode ottima salute, e che Franceschini ha perso la cassa integrazione perché l`azienda non c`è più. Ma non possiamo prevedere se qualcuno avrà la voglia di assumere i vecchi feudatari conti o vescovi.
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