2010 08 21 Morte di un Presidente emerito. Per me fu "Cossino assassiga".

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Era il 1977 e raccoglievo firme per gli otto referendum radicali megafonando a più non posso contro "lo sceriffo Cossiga", e nelle pause ascoltando le lezioni liberal-democratiche di un grande uomo di legge che era il "nostro" cancelliere e autenticatore Varallo. Fu il mio primo anno politico ed era già stato l'anno di Francesco Lorusso, di Giorgiana Masi, e poi di Walter Rossi (*) ... militanti tutti e simpatizzanti di quella "Lotta Continua" che per me piuttosto era il giornale che compravo all'edicola, per tre motivi, il primo, essenziale, per leggere le lettere dei compagni, il secondo che di comprarlo in edicola lo chiedeva la redazione, il terzo perché all'ingresso della scuola si aveva ogni mattina una bella scelta tra diffusione militante di Unità, Manifesto e Quotidiano dei Lavoratori, ma Lotta Continua avrebbe diffuso al più tre copie: una per me, il radicale, l'altra per l'anarchico e la terza, sempre che avesse i soldi per comprarsela, per l'indiano metropolitano, insomma i tre emarginati della politica ufficiale dell'istituto, il "Socrate" che era il liceo classico della Garbatella fresco di autonomia dopo essere stato prefabbricato come plesso scolastico di elementari e medie e per il superiore, succursale del Vivona all'EUR; insomma, la scuola bene frequentata dai figli della gente bene o semplicemente "per bene" di quartieri che andavano dalla Montagnola, con la piazzetta a ogni ora del giorno e della notte abitata dal Califfo, sempre provvisto di treccartine già rollati nel pacchetto di MS da dieci, a Tormarancia, e non la borgata di Tormarancia con le vecchie case popolari fatiscenti dove pure la sera andavamo a comprare le stecchette di libanese, ma le palazzine degli statali con vista sul parco e giù in fondo verso l'Appia Pignatelli i condominii di lusso, a Piazza dei Navigatori, con gli edifici a schiera delle cooperative degli onorevoli sulla Colombo, alla Circonvallazione Ostiense e al centro di Garbatella, edilizia di casette e torrioncini col bugnato di seconda mano, quarant'anni prima Coppedè dei poveri e dei gerarchetti di seconda e terza e quarta fila, allora presidiato dalle famiglie dell'altro partito, concentrate intorno alla "Villetta", storica sezione del PCI; e infine, ma proprio in fondo al classico dedalo di viuzze, c'era il circolo anarchico "Luca Cafiero", dove poi una notte l'anarchico, l'indiano metropolitano e il sottosritto radicale si riunirono a fondare il "Nucleo laico" e a stampare il volantino per il boicottaggio delle votazioni scolastiche dei decreti delegati.

Era il 1977 e Francesco Cossiga, era ministro degli Interni, era "KoSSiga assassino", la violenza dello stato. Per me una risata lo aveva già seppellito, ben prima che si dimettesse dal ministero oppresso dal senso di colpa per aver ammazzato (e quanto meno contribuito ad ammazzare) l'amico Aldo Moro, quando gl'indiani di Gastronomia Operaia (...Cannibalizzazione / forchetta / coltello / magnamose er padrone) lo avevano anagrammato, e derubricato, a "Cossino assassiga", omen nomen, di più e di meglio che scriverlo con il K e le SS. Proprio come insegnava il cancelliere Varallo, la penna è spesso più affilata e micidiale della spada.

Poi, sempre a Roma, sul muretto del foro romano in Largo Argentina, pochi metri avanti il teatro, una scritta resistette per lunghi anni: "Cossiga come Kabir Bedi... te puzzano li piedi".

Senza K, senza SS, solo una battuta stupida, stupidissima... però faceva ridere. Fu cancellata con una mano di vernice bianca, chissà da quali solerti servizi, nella notte del giorno in cui Cossino diventò Presidente di questa Repubblica, che era ed è rimasta oggi come allora sempre la stessa, partitocratica, paradossale, ciclotimica, maniaco-depressiva, a immagine e somiglianza sua e del regime che lo aveva sempre scelto come il campione che bruciava le tappe.

Le picconate sono servite a ben poco -- solo l'altroieri a riempire la bocca di qualche epigono come il ministro La Russa, sempre d'aspetto ridanciano anche nelle dichiarazioni post camera mortuaria -- così come le rappresentazioni della tardissima età, ad esempio la partecipazione alla Marcia radicale di Natale per la giustizia. Quella sortita però ci aveva fatto piacere, come una licenza ben spesa dagli arresti domiciliari o dall'OPG ai quali lo si immaginava giustamente condannato, con il conforto delle metaforiche arance di Marco Pannella. Come la dimostrazione che finché c'è vita c'è speranza, anche per un assassiga. E se in morte chiede niente onori di stato, questo suo servitore, il segno forse va interpretato, se non come espiazione, almeno come buona condotta. Finché c'è vita c'è speranza, se non di distruzione dello stato, almeno di uno stato altro.

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G.

ps. Francesco Lorusso, Giorgiana Masi, Walter Rossi, tre casi di omicidio emblematici di uno stato che non solo accettava, ma cercava esso stesso lo scontro e il conflitto a fuoco: Francesco Lo Russo ammazzato a Bologna mentre fioccavano le fucilate dei Carabinieri, Giorgiana vittima della strage oscenamente perseguita quando, secondo il sottosegretario Lettieri, quel 12 maggio "le forze di polizia impegnate nella circostanza... non hanno fatto uso di armi da fuoco", Walter Rossi ugualmente "attinto alla nuca" da un colpo esploso da fascisti rimasti anonimi per la giustizia ma sicuramente al coperto da dietro il fronte di una camionetta di "forze dell'ordine".